Approfondimenti

L’uso tattico di modelli di dispersione convenzionali

Patrizia Favaron Uso tattico di modelli di dispersione tradizionali: perché? In un mio articolo precedente, comparso qui nel nostro Sito, ho raccontato dei modelli di dispersione per uso “tattico”. Con questa parola, che di questi tempi riconosco non felicissima, intendo un concetto usato in ingegneria, da non confondere con il significato militare (anche se con tutta probabilità è da lì che arriva): per prendere decisioni in tempo (quasi) reale, a fronte dell’evoluzione di eventi in parte incontrollabili. E sempre in quell’articolo, raccontavo di come modelli scritti in modo specifico in vista di questo caso d’uso ce ne siano ormai diversi – per esempio SCICHEM.. SCICHEM, però, riconosciamolo onestamente, non c’è nella cassetta degli attrezzi degli ingegneri ambientali: possibile che, invece, vi si trovino oggetti come AERMOD, o CALPUFF, o magari addirittura qualche modello a particelle. Purtroppo, questi modelli di uso comune non sono nati per valutazioni di carattere “tattico”, e si concentrano invece sulla quantificazione degli effetti a lungo termine, annuali, o anche di più. Tema che, invece, un ingegnere chiamerebbe “strategico”. Imparare a usare un nuovo modello, lo ammetto, non è mai uno scherzo. Bisogna prima trovarlo. Poi capirlo. Investirci del denaro per farlo funzionare (cosa che vale anche se il modello è open-source. E poi preparare i pre- e post-processori, fare prove, capire cosa accade quando non funziona, eccetera. Insomma, settimane di lavoro. Se preferisci, qualche migliaio di € (con una cifra più vicina al 10 che all’1). Di qui la domanda: si possono usare i modelli tradizionali per impieghi tattici? La mia risposta è: Sì. Con alcune limitazioni. Ma prima è il caso di mettere le mani avanti su una cosa che è il caso di non fare. Modelli stazionari: per favore, anche no I modelli stazionari (tutti, senza alcuna eccezione) sono concepiti ipotizzando una meteorologia che non cambia per l’eternità. Questo vuol dire “stazionari”. Magari si discute sui dettagli delle equazioni, ma questa è una loro caratteristica essenziale, condivisa, e del tutto ineliminabile. Conseguenza di questa ipotesi di base: la concentrazione al suolo, punto di partenza per stimare gli effetti, non è un valore istantaneo, o una media oraria. Se mai, è un valore limite, quello che si otterrebbe se l’emissione fosse avvenuta dall’inizio dei tempi sempre esattamente allo stesso rateo, e vento e turbolenza non avessero mai spesso di spirare dalla stessa direzione alla medesima velocità e con identico grado di rimescolamento. E infatti (provate per credere) Che i modelli stazionari, quindi, si guardino bene dal soddisfare il bilancio di massa non è di per sé necessariamente una brutta cosa: ci danno una stima veloce e molto cautelativa delle ricadute al suolo, il che, dovessimo giudicare la sensatezza di mettere un nuovo impianto inquinante in una regione geografica caratterizzata da venti molto stabili e intensi (condizioni di validità dei modelli stazionari), ci starebbe anche. Ma veniamo al “perché no” nel caso degli impieghi tattici. Chi di voi li ha usati, magari mi dirà che un modello stazionario accetta in ingresso senza protestare un file meteo con una successione di dati orari, e che per ciascuna di queste ore il modello produce un campo di concentrazione. Verissimo. Ma tutti quei campi “orari” sono, in realtà, prolungamenti della meteorologia e dell’emissione di quell’ora lì indietro, per tutta l’eternità. Cosa magari non inutile (con tutte le cautele del caso) se vogliamo determinare effetti di un inquinante a lungo termine. Nel caso tattico, però, non ci siamo proprio: ci serve una concentrazione istantanea, o una media calcolata su un intervallo ragionevolmente breve, e questa potrebbe avere una distribuzione spaziale radicalmente diversa dalle meravigliose ellissi prodotte dalla maggior parte dei modelli stazionari. I modelli stazionari, dunque, non sono il ferro del mestiere giusto. Ci vuole altro: dai modelli lagrangiani, dai puff in su. Il caso di Calpuff In Lombardia, la regione in cui risiedo, credo di poter andar tranquilla se affermo che la maggior parte degli studi sulla qualità dell’aria avviene usando Calpuff. Le ragioni sono molte (i risultati sono facili da confrontare con quelli di studi precedenti, molto spesso prodotti con quel modello; è gratuito, anche se non esattamente open-source; c’è esperienza d’uso; esistono vari processori meteorologici che lo supportano; eccetera). Ma c’è un però. Molto grosso. Oggigiorno, il grosso degli ingegneri ambientali utilizza la catena Calpuff attraverso un’interfaccia utente grafica bella, molto curata, ma progettata per il caso d’uso classico: la valutazione degli effetti a lungo termine di un rilascio. Questo, in pratica, vuol dire compiere simulazioni usando come dato di ingresso meteorologico serie temporali orarie lunghe almeno un anno, e poi, ottenuti altrettanti campi di concentrazione al suolo, aggregarli in statistiche coerenti con le buone pratiche sanitarie (congelate negli indicatori statistici che accompagnano i limiti di legge dei diversi inquinanti previsti dalla normativa). A livello tattico, però, non interessa l’aggregazione di tutti i campi: va considerato ognuno di essi. Individualmente. Il “buono” (che è allo stesso tempo anche il brutto e il cattivo) di Calpuff è che lo accompagna un bellissimo processore meteorologico, Calmet, di cui le interfacce grafiche incoraggiano l’utilizzo. Calmet è, in un certo senso, un integratore di informazioni. Nel caso d’uso immaginato come “standard” dai suoi autori Calmet prende come dato di ingresso una serie di campi tri-dimensionali di vento, temperatura e altre grandezze meteo prodotta usando un “modello meteorologico”, come per esempio WRF. Calmet, nel caso, si limita a funzionare come interpolatore. Nella grande maggioranza dei casi, però, gli ingegneri ambientali usano Calmet nel suo altro modo, quello in cui legge una varietà di dati da stazioni meteorologiche sparse sul territorio, le integra con dati “geognostici” (presunto land use, elevazione sul livello del mare, …), e produce in uscita una stima del campo di vento e turbolenza. Nel primo come nel secondo caso, Calmet rilascia campi di vento tridimensionali su una griglia molto fitta, che poi vengono utilizzati da Calpuff nella stima delle ricadute al suolo. Questi campi tridimensionali sono, tipicamente, molto “lisci”: le eventuali irregolarità presenti nei dati di ingresso (e magari corrispondenti a fenomeni naturali particolarmente “nervosi”, ma non per

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Workshop ” il Meteo per i Giochi Invernali”

Milano, 05 maggio 2026 Si invita ad iscriversi entro il 27 aprile 2026 compilando ilform al seguente link: https://forms.gle/z3amzg9yJsZCujBz5 “Milano Cortina 2026: il Meteo per i Giochi Invernali. Un serviziometeorologico pubblico su misura” , promosso da ARPA Lombardia. L’evento offrirà l’occasione per presentare il contributo fornitodal servizio meteorologico pubblico ai Giochi Olimpici e ParalimpiciInvernali MilanoCortina2026, attraverso il lavoro congiunto di ARPALombardia, ARPA Veneto, Provincia Autonoma di Trento e ProvinciaAutonoma di Bolzano, coordinate nel Weather Service for Winter Games(WS4WG). L’iniziativa intende condividere con istituzioni, operatori ecittadini l’esperienza maturata, le soluzioni adottate e l’ereditàlasciata in termini di sviluppo di servizi, uso dei dati, monitoraggioambientale in ambito alpino e gestione operativa. Per un serviziometeorologico pubblico, progettare e realizzare un supporto operativo inun contesto complesso e altamente vincolato come quello dei Giochiinvernali ha significato mettere alla prova e rafforzare strumenti,competenze e modalità di lavoro già parte di un’attivitàistituzionale ordinariamente svolta prima, durante e dopo l’evento. Il workshop è stato concepito come uno spazio di confronto aperto, checoinvolge, oltre alle ARPA e alle Province che hanno realizzato ilservizio, gli utilizzatori istituzionali e sportivi, altri servizimeteorologici internazionali attivi nella modellistica meteorologica ecoinvolti in precedenti edizioni dei Giochi_._ Il workshop si terrà a Milano, presso Palazzo Lombardia (piazza Cittàdi Lombardia). Avrà inizio alle ore 9:30 con la registrazione deipartecipanti, seguiranno i saluti istituzionali e gli interventi deirelatori; è previsto anche uno spazio dedicato alle domande delpubblico. Al termine dell’evento, alle ore 13:00, sarà offerto unlight lunch. Il programma dettagliato e definitivo sarà pubblicato abreve.

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Posizione di dottorato all’Institut des Géosciences de l’Environnement (Grenoble)

Si segnala una posizione di dottorato aperta all’Institut des Géosciences de l’Environnement (IGE) di Grenoble. La posizione ha come argomento le interazioni dinamiche tra l’atmosfera e la fusione dei ghiacciai nelle Alpi. La scadenza per l’invio delle proprie candidature è fissata al 3 Maggio 2026, e maggiori informazioni possono essere trovate al seguente link. Di seguito, in inglese, una breve descrizione del contesto relativo alla posizione aperta. We have an open PhD position within the Mountain Meteorology group at the Institute of Environmental Geosciences and Grenoble Alpes University: “Study of dynamic interaction processes between the atmosphere and glacial melt, contribution of turbulent fluxes to the energy balance of an alpine glacier: Hintereisferner, Austria”. This will be a cooperative project with Tobias Sauter from the Humboldt University of Berlin and Ivana Stiperski from the University of Innsbruck, in the frame of the TEAMX project (https://www.teamx-programme.org/).

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La modellistica di dispersione “tattica”

Patrizia Favaron Modellistica di dispersione “tattica”, e non: introduzione Di modelli di dispersione già sappiamo più o meno tutte e tutti, e ne avevamo parlato anche qui nel nostro blog. In questo nuovo articolo desidererei parlare di un argomento oggi ‘a la page, e meritevole di qualche riflessione: quello dei modelli di dispersione di traccianti in atmosfera usati in veste “tattica”. Prima di cominciare, però, credo sia doveroso metterci d’accordo sulle parole e sui loro significati. E di sicuro, l’aggettivo “tattico” un certo brivido lungo la schiena lo mette, con la sua associazione etimologica alle attività di warfare, di cui speriamo non dovere approfondire. Il brivido è ancora più forte quando l’aggettivo “tattico” viene avvicinato a quell’altro, “strategico”. Ma per fortuna, queste parole hanno un significato, anche se non benissimo definito, nell’ingegneria dei sistemi. Ed è a questo che vorrei fare riferimento, cercando di chiarire e delimitare ancora di più i concetti. Partiamo dall’inizio: i modelli di dispersione. Mantenendo una prospettiva a volo di condor, possiamo immaginarli come funzioni matematiche del tempo, della posizione, e di alcuni parametri: In questa formula, c rappresenta la concentrazione nel punto P=(x,y,z) ed all’istante temporale t di un “tracciante”, che può essere una sostanza chimica rilasciata in atmosfera, ma anche un particolato più o meno sottile, ed anche pollini, spore, ragni in fase di ballooning, goccioline d’acqua, eccetera. La lettera E designa invece un insieme di parametri emissivi, che descrivono come, dove, quando ed in quantità i traccianti vengono rilasciati nell’atmosfera. La lettera F, infine, rappresenta le diverse forzanti che definiscono la dispersione, e cioè: n modello di dispersione, quindi, si può pensare in un certo senso (e scusatemi l’abuso di linguaggio) come una sorta di “funzione di trasferimento” che mappa emissioni (antropogeniche e non) e concentrazioni nello spazio e nel tempo. Nella storia, i modelli di dispersione erano stati pensati in vista di un caso d’uso importantissimo: aiutare a quantificare gli effetti a lungo termine di un impianto produttivo, di un ecosistema specifico, o di altre cose molto grandi e molto persistenti: per esempio, se sappiamo che dalla ciminiera di una certa fabbrica (o, per restare su cose che mi capitavano da più “piccola”, a inizio carriera, di una centrale termoelettrica) escono tot grammi di un dato inquinante, allora posso applicare il modello di dispersione per, facciamo finta, un anno intero, e vedere in che misura le persone e l’ambiente subiranno il va e vieni degli impatti verso il suolo, pilotato dal cambiare del tempo atmosferico e da tutti gli altri accidenti. Questo tipo di uso serve per aiutare nella decisione se cambiare le caratteristiche di un impianto, od aprirne uno nuovo. E la scelta finale dipende appunto dagli effetti acuti e cronici, ma quantificabili nel lungo termine. Mesi. Anni. Decenni, magari. Questo impiego possiamo etichettarlo come “strategico”, avente a fare con decisioni di alto livello, e pianificazione. Un altro impiego “strategico” è quello, per esempio, dei piani di risanamento dell’aria compiuti dalle varie istituzioni regionali: in questo caso esiste un inventario di sorgenti emissive, artificiali e naturali, diffuse nel territorio, e si cerca di capire quale sia il loro effetto combinato, così da vedere a che distanza ci si trova dagli standard di qualità dell’aria indicati a livello politico, e progettare gli interventi del caso qualora se ne ravvisasse la necessità. Ed anche in questo caso abbiamo a vedere con conseguenze a lungo termine. Non tutte le possibili domande sulla dispersione, però, portano a rappresentazioni così estese nel tempo. Per esempio queste: Sono, questi, casi diversissimi tra di loro. Alcuni (la maggior parte) in ambito “civile” e “industriale” – le cose che ci interessano in questa sede. Casi che, però, hanno tutti un elemento comune: il tempo tra cause (concentrazione istantanea del tracciante di interesse in una posizione precisa) ed effetti (per esempio percezione del cattivo odore, o effetti acuti) è breve, se non brevissimo. Per esempio, nel caso della molestia olfattiva basta una sola inspirazione per avvertire la puzza. Allo stesso modo, l’esposizione ad elevate concentrazioni di alcuni agenti tossici e/o irritanti da problemi gravi o gravissimi anche solo al contatto con la pelle, o dopo pochi cicli di inspirazione-espirazione. Ora: se fossimo in grado, date alcune misure “istantanee” di emissione e della meteorologia, di prevedere le concentrazioni tra pochi secondi (diciamo da 0 a 3600 – un’ora), ecco che potremmo mettere in atto misure di controllo immediato. Una definizione possibile Con quello che ho detto abbiamo, forse, spazio e modo per dare una prima definizione tentativa: la modellistica di dispersione “tattica” risponde alla necessità di “dare le indicazioni che servono per reagire nel giusto tempo ed in modo efficace ad un evento non programmato“. A priori, un modello tattico non deve operare ad una scala spaziale limitata. Deve, però, dare indicazioni tempestive – alla scala temporale richiesta caso per caso dall’applicazione. È però chiaro, se ci pensiamo un attimo, che l’area di interesse per il modello non può essere infinita: supponiamo che il tempo di reazione necessario per la nostra applicazione sia e che la velocità media del vento sia Allora, il raggio del cerchio di interesse per il modello non potrà essere più piccolo di Non dovrà, però, nemmeno essere troppo più grande – più l’area di interesse è larga, maggiori le dimensioni del dominio di calcolo, e più alto il tempo di calcolo necessario perché il modello “tattico” risponda. Un “software”? Soltanto? Per abitudine tendiamo un po’ tutte e tutti a vedere i modelli di dispersione come “applicazioni”, nel senso di “app”, che si scaricano da Internet o si comprano, e che per funzionare hanno bisogno di un computer. E quanto a modelli nel senso software ce ne sono molti: alcuni, per loro natura e impiego previsto sono anche vicini alla definizione preliminare di “modello tattico” che ho appena enunciata. Tra questi, senza alcuna pretesa di esaustività, DEGADIS, HGSYSTEM, ALOHA, Scichem. E volendo, anche modelli di ampia diffusione e progettati per casi “a lungo termine”, più strategici che tattici, come per esempio CALPUFF, possono essere utilizzati in

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Ok, voglio dedicarmi ai “modelli”: e adesso?

Patrizia Favaron Carta, penna, calamaio? Insomma, mica tanto. Oggi, “occuparsi di modelli” (che siano di dispersione in atmosfera, di circolazione a mesoscala, oppure dei sistemi Large Eddy Simulation, o chissà che altro) vuol dire, in concreto, passare una fetta della propria vita davanti ad un computer, scrivendo codice: il vecchissimo modo carta-penna-e-calamaio, oramai, credo si sia estinto da molti decenni. E comunque, obiettivamente, i computer sono molto comodi: quando non esistevano la gente ne faceva a meno, ma i calcoli della meteorologia dinamica o della micro-meteorologia doveva farli lo stesso: con un regolo calcolatore, o una calcolatrice da tavolo, magari direttamente a mano. Ma, avojja. “Usare un calcolatore per scrivere codice”, nel campo delle scienze dell’atmosfera, oggi vuol dire lavorare per lo più in Fortran: qualcosa si fa anche usando altri linguaggi di programmazione, ma davvero poco, e la mia impressione è che le cose resteranno a questo modo ancora a lungo, per le ragioni che dirò in seguito. Animo! “Ouch. Devo imparare il Fortran…” Lo si sente dire, o accennare con sguardi sconsolati, ancora oggi. Leggi in rete, e trovi di tutto, ricavandone per lo più l’impressione che imparare il Fortran invece, che so, di Python o C++, sia una condanna a morte, la strada certa a doversi rassegnare alla disoccupazione, o peggio. Che il Fortran è irriducibilmente e irrecuperabilmente vecchio, e che la sola lettura di un manuale che lo riguardi comporti la comparsa di numerosissime rughe. Chissà, forse per un programmatore le cose stanno davvero così. Ma la realtà è che la persona che si occupa di modellistica e usa il Fortran per scrivere codice non è un programmatore. Il mestiere del programmatore informatico è di realizzare applicazioni, sistemi operativi, algoritmi contabili, persino sistemi IA. Ma la maggior parte di queste attività, oltre alla necessità di scrivere codice, ha in comune altre cose interessanti: Quindi, la prossima volta che un amico nerd tenterà di sommergerti con un panegirico a favore di Rust, o di qualche altra novità informatica, potrai rispondere con un’alzata di spalle e dirgli “Ma mica sono una programmatrice, io.” E lasciarlo nel suo brodo a sbollire, o indurlo a cercare qualche altro programmatore con cui attaccare bottone e fare allegramente a cornate (non chiedetemi il perché, ma in quella comunità va spesso a finire così, e non solo tra i maschietti). Un addendum: quanto a me, l’ho scampata bella. Quando mi sono laureata in matematica i computer esistevano già. Persino quelli personali! Solo che, paragonati anche solo al più scarso dei cellulari di oggi, facevano davvero poco. E per ottenerne qualcosa di utile si doveva, di tanto in tanto, ricorrere all’Assembly, protagonista di horror stories anche più pittoresche di quelle che riguardano il Fortran. Al liceo, però, ricordo benissimo quando il nostro prof di matematica ci faceva tracciare per punti il grafico delle funzioni che ci aveva dato da studiare: “Sì, sì, derivate, minimi, massimi. Ma come fate a sapere che non avete sbagliato?” (In effetti…) Piccolo dettaglio: provaci, a determinare i valori di una funzione del tipo di “tanh(pi*x/exp(-sin(pi*x/4)))” con una calcolatrice: ti troverai più o meno nel mezzo della scena clou del film “Il diritto di contare”, in cui le signore del Reparto Ingegneria fanno i calcoli con assordanti calcolatrici elettromeccaniche, ai tempi in cui la parola computer designava un mestiere. Però, le storie dell’orrore che si trovano in rete sono sempre lì, e… Tutta una questione di spelling?! E, che dire. Spezzoni di codice come B = 0.0 IF(X-A) 10, 10, 20 10 B = A – X 20 B = -B proprio proprio belle, e comprensibili… Solo che questo non è il Fortran, ma il FORTRAN. Quello, per intenderci, di quando ero bambina io. Con le righe che cominciavano dopo sei spazi. Le etichette. Le linee di continuazione con un carattere non-spazio nella prima posizione. Gli IF aritmetici. Gli statement DATA, EQUIVALENCE, e robe così. Poi nel 1990 (in realtà un po’ prima) il linguaggio si è evoluto, ha abbandonato il “formato fisso” a favore del “formato libero” (però, se sei masochista, nulla ti impedisce di usare il formato fisso di una volta, o di piantarti il bisturi nella coscia come il Dottor Frankenstin se per quello). E questo, solo trentacinque anni fa! Negli anni successivi il Fortran è andato incontro ad una evoluzione relativamente rapida, che lo ha arricchito dell’estensione per la programmazione a oggetti, e di numerose novità legate per lo più alla programmazione parallela. Nel frattempo ha anche cambiato nome: da FORTRAN è divenuto Fortran (che qualcuno chiama Modern Fortran). Solo che molte persone della Vecchia Guardia (ehm, la mia…) non lo ha saputo. In effetti nessuno glie lo ha detto. E chissà, molte di loro ancora ricordano benissimo i tempi in cui per mettere le mani su un calcolatore dovevi essere, minimo minimo, professoressa ordinaria – ed anche in quel caso i Tecnici ti guardavano con un’espressione tra il preoccupato e il sospettoso. Non poche delle persone che si erano laureate a quei tempi hanno, poi, conservato il disgusto provato da cucciole e cuccioli per tutta la vita. Proprio mentre sto scrivendo queste righe, in parallelo (o insanità profonda del multitasking, e un accidente a colui che ha detto certe persone esservi più portate d’altre: la verità è che il multitasking nobilita chi non ne fa) sto scrivendo la prossima versione di un sistema eddy covariance in tempo reale, e, guarda un po’, sto usando il Fortran. Non su qualche polveroso mainframe dei tempi andati, ma su un “umile” Raspberry Pi 5 (‘nzomma, umile: surclassa da tutte le parti il Mitico CRAY X-MP del Cineca di Bologna, il supercomputer cui Pochissimi Eletti potevano accedere quando ero studentessa io – per inciso e doverosa completezza d’informazione, io no). Perché uso il Fortran? Potrei adoperare altri linguaggi (qualcuno lo conosco, Python, R, C/C++, persino un po’ di Rust), ed in alcune aree dello sviluppo del sistema certamente farei più in fretta. Ma, problema: un “sistema Eddy Covariance” non è un normale registratore di dati (per quello avrei

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Un mondo appena oltre…

Patrizia Favaron Oltre i nostri sensi, ma sempre qui Sentiamo spesso dire che il Mondo non si limita a ciò che il nostro sistema sensoriale (ed il cervello) ci permette di percepire. E noi, che ci occupiamo a vario titolo di meteorologia, siamo ben familiari con questo concetto dai risvolti non proprio piacevolissimi. Per esempio: il vento c’è, ma chi lo ha mai veduto? Con l’aria trasparente? E chi, invece, ne ha avvertita la presenza con il tatto? Specialmente quando è debole? Qualcuno o qualcuna più esperta di me in biologia evoluzionistica potrebbe aggiungere del suo, e dire che certo, i nostri sensi si sono evoluti molto, ma non per farci scrivere dei bellissimi paper accademici. Se mai, per scovare prede, allevare e proteggere cuccioli, trovare un compagno o una compagna, eccetera – la meteorologia, in effetti, è venuta “un po’” dopo, giusto qualche manciata di milioni di anni… Lungi da me voler ribattere qualcosa al riguardo: l’è minga el me mestée. Non è il mio mestiere. Però, posso forse fare qualcosa di più diretto – meglio, non lo so: giudicherete voi. Mostrandovi un aspetto della realtà che non riusciamo a cogliere con la vista o qualche altro modo, senza un aiutino: il mondo, osservato nel campo dell’infrarosso termico. L’immagine che vediamo rappresenta in particolare la temperatura radiometrica (l’ho ottenuta con una termocamera di quelle “professionali ma non da ricerca” – di più non potevo permettermi 😊 – e macchine di questo tipo sono usate di solito nei cantieri e negli impianti per localizzare punti caldi o freddi, e cose così: l’impiego “in Natura” non credo fosse stato preventivato dal loro costruttore). E già in questo modo ci rivela un aspetto che non solo non potevamo vedere, ma neanche immaginare: non solo esistono dei gradienti termici tra un punto e l’altro della superficie terrestre, ma questi sono molto grandi. Quello in figura è ancora, tutto sommato, modesto. Ma immaginiamoci d’essere uno di quegli insemini che passano la loro vita al riparo delle cortecce: l’ambiente che li ospita può passare dall’essere un frigorifero ad un forno nel giro di un centimetro, a volte meno. Il “gradiente”, lo ricordo qui per chi non abbia molta dimestichezza con queste cose, è il rapporto tra la variazione di una grandezza (la temperatura, nel nostro caso) e della lunghezza lungo la quale questa si verifica. Magari la differenza tra le due temperature, massima e minima, non sembra grandissima. Ma se la misuriamo lungo una distanza piccolissima, di un centimetro o pochi millimetri, il gradiente fa più che in fretta a esplodere! Isole di calore, ed altre cose così Il fenomeno dell’isola di calore, la differenza di temperatura che c’è tra i centri urbani e le aree rurali vicine, è conosciuto ormai da tutte e tutti noi, non foss’altro che per abitudine. Sfinimento, direi quasi. E molto se ne è scritto, per grandi e piccoli (io, che a volte mi sento un po’ bimba, ho apprezzato molto questa descrizione). Ma, potremmo anche vederla, avessimo una vista abbastanza acuta e “generalista”? Patti, ma che razza di domanda del tubo: In sintesi: certo che sì, e persino a piccolissima scala! La superficie coperta dalla figura qui sopra non arriva ai 4 metri quadri. E già dentro questa briciola di superficie vediamo un’isola di calore, minuscola, estremamente ben marcata. La stessa cosa capita, se confrontiamo un’intera città con la campagna circostante. E volendo, persino dentro la stessa città! Le aree costruite tendono ad essere impermeabili, e così, necessariamente, tutta l’energia che in condizioni naturali sarebbe finita in atmosfera come calore latente (evaporazione, in pratica), vi verrà riversata come calore sensibile (aumento di temperatura percepita). Ma le superfici artificiali non sono mica tutte uguali: Un climatizzatore naturale “Meraviglia.” Cammini in mezzo alla Natura, persino quella addomesticata di un parco, e la sensazione che provi non può che trovare la sua sintesi definitiva in una sola parola: meraviglia. Non c’è che dire, comunque: quella che riempie i nostri occhi e le nostre menti è, comunque, una meraviglia molto attiva. Pochi decimi di secondo, così ho letto. Tanto basta alle piante per orientare (se possono) le loro foglie verso il Sole, e per girare i cloroplasti in modo che si espongano in modo ottimale alla luce. Altrettanto, non più, per aprire o chiudere gli stomi, quelle minuscole bocchine che, a migliaia, si trovano per lo più sulla pagina inferiore delle foglie, e permettono alle piante di regolare la propria permeabilità all’acqua (ed all’ossigeno, all’anidride carbonica, …). Permeabilità, perché. Le piante sono, in effetti, le principali attrici del processo di evapotraspirazione. Lo regolano, a loro beneficio. Su scale così grandi, da modificare il funzionamento dell’atmosfera. Fanno per sé, ed anche per noi, animali, adattati nei milioni di anni all’ambiente creato dalle piante. Lo studio del comportamento delle piante in presenza (o meno) di radiazione solare è, davvero, affascinante. Un intreccio strettissimo tra Fisica solare, Fisica dell’atmosfera, Fisiologia, Ecologia degli ecosistemi. È uno degli argomenti in cui più facilmente vediamo al lavoro le connessioni nascoste in piena vista del sistema-Terra. E gli strumenti ci permettono di coglierle meglio. Nel modo più diretto. Chiudo qui, accennando solo al fatto che colleghi e colleghe attivi nel campo della micro-meteorologia le termografi le usano in modo sistematico, e che molte di loro finiscono in paper accademici e altre pubblicazioni (cercate, e troverete 😊). Grazie per l’attenzione, e, intanto, grazie alla Tecnica che ci permette di vedere più lontano!

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Flussi verticali di... Di tutto: nutrienti, energia. La conseguenza più evidente del conoscere il vento nella direzione verticale.

La velocità verticale del vento: c’è, ma non si dice…

Patrizia Favaron Il vento: un vettore a tre dimensioni Lo spazio ordinario si descrive usando tre dimensioni. Il “vento” è il vettore velocità del flusso di aria. Quindi anche il vettore vento ha tre dimensioni. Le due dimensioni orizzontali le conosciamo: possiamo ricavarle dalla velocità e dalla direzione, una volta che ci mettiamo d’accordo sul sistema di riferimento. E la terza, quella verticale, dov’è finita? La risposta è facile: se usiamo un anemometro “bi-dimensionale”, come quello in figura (per la cronaca, un Davis 7905 a coppe e banderuola), l’abbiamo ignorata. Buttata via… 🫣 Ragioni per un’omissione La velocità verticale di solito non si misura, perché si da per scontato che il suo valor medio è nullo. Affermazione che, se si seguono pedissequamente le indicazioni del Rapporto CIMO-WMO, posizionando cioè l’anemometro in cima ad un palo di 10 metri su un terreno piatto ed uniforme, e praticamente in assenza di ostruzioni importanti al vento, allora ci siamo: un anemometro a coppe e banderuola, grazie alle sue inerzie meccaniche, si comporta come un filtro passa-basso e così approssima il vento medio. Abbiamo detto che la sua componente verticale è praticamente nulla, e così siamo tutte contente, e tutto funziona benissimo: non c’è nulla da misurare. A questa ragione, un po’ teorica, se ne aggiunge una molto più pratica: in molte applicazioni il vento verticale non interessa più di tanto. Un esempio, tanto per capirci, è il trasporto a distanza di un rilascio tossico. In casi come questo non mi importa nulla se la “nube tossica” sale o scende (la immaginerò sempre rasente al suolo, in caso peggiore). Però, desidero sapere esattamente dove va a finire con il passare del tempo. Se solo le cose fossero semplici come sembrano… Restiamo sul pratico. Uno dei capisaldi della decarbonizzazione è l’adozione di fonti di energia rinnovabili, e tra queste l’energia eolica. (Magari ci torneremo in un prossimo articolo.) Un’ipotetica compagnia investitrice nel campo dell’energia eolica dovrà, così, assicurarsi in anticipo (e garantirlo alle banche) che l’investimento sia redditizio, e cioè che i ricavi siamo maggiori dei costi per una differenza maggiore dell’interesse che si sarebbe portato a casa mettendo quegli stessi soldi in banca o comprando titoli di Stato. I ricavi dipendono da quanto vento “pregiato” ci si può aspettare (argomento affascinante in sé). I costi, invece, sono dovuti ai costi d’investimento, eventuali imposte, e costi di manutenzione. Sin qui, tutto intuitivo: la decisione se investire o no parrebbe poterla prendere chiunque, purché avesse una gran quantità di denaro a disposizione. Ai costi di manutenzione va però aggiunto un dettaglio. Come tutti i manufatti, le turbine eoliche sono coperte da una garanzia. Questa, come tutte le garanzie, prevede clausole che tutelano la ditta che ha costruito le turbine da errori d’impiego da parte dell’acquirente. E tra gli errori, l’installazione in un sito inadatto. Cosa si intenda per inadatto, dipende dalla tecnologia della turbina, dal modello, dalle dimensioni, e da una miriade di fattori. Posso dire che “inadatto” qui non vuol dire “improduttivo” (una turbina installata in un luogo dove non c’è vento non si guasterà mai: si usurerà, nei secoli, come fanno tutte le sculture esposte all’aperto), ma in cui le caratteristiche geografiche e del vento influiscono sull’affidabilità della turbina. Una delle caratteristiche del vento presa in considerazione è il suo “angolo medio rispetto al piano orizzontale”. Le turbine (del tipo ad elica, direi) vengono montate con l’asse del rotore posto quasi sul piano orizzontale (la differenza, minima, serve per ragioni meccaniche legate ai complicati meccanismi di riduzione). La “navicella” che sostiene il rotore può ruotare lungo l’asse verticale, così da permettere alla turbina di inseguire il vento (o addirittura, nei modelli più recenti, di “aspettarlo”: il sistema di controllo di alcuni parchi eolici è dotato di un LIDAR che misura il vento a distanza, prima che raggiunga le turbine, così da permettere a queste di prepararsi per tempo ad accoglierlo). Questo schema di progetto da per scontato che il vento investa la turbina perfettamente di fronte. Ma se il vento avesse una componente verticale molto diversa da zero? Nel caso, investendo le pale dal basso, o dall’alto, il vento indurrebbe sforzi e vibrazioni enormi (le pale possono essere lunghe decine di metri), che alla lunga potrebbero indurre quelle che ingegnere ed ingegneri chiamano “rotture a fatica” che, a loro volta, possono causare danni catastrofici. Una clausola tipica, allora, prescrive che il vento non possa deviare dal piano orizzontale per più o meno di 7° e 30′. Come si fa a garantire che una cosa del genere non accada? Di regola, per via modellistica: le deviazioni del vento dal piano orizzontale dipendono molto dalla topografia, e dalla distanza dal suolo del rotore: due aspetti controllabili – è per questo che molto raramente vedrete una pala eolica installata sul fianco di una collina. Ma questo nel caso di impianti eolici di grande taglia. Quelli piccoli e minuscoli, diciamo dai 100 kW in giù, sono esposti ad altre sorgenti di vento non orizzontale, come per esempio la presenza di ostruzioni sopravvento, o cambi nella rugosità aerodinamica superficiale (che so, l’alternarsi di colture alte come il mais e masse come la soia), ed altre “inezie” micro-meteorologiche. Ora: se un impianto si guasta in modo catastrofico, tale da richiedere un intervento costosissimo come per esempio lo smantellamento di una turbina guasta e la sua successiva sostituzione, possiamo scommettere che prima di riconoscere la garanzia, la ditta costruttrice delle turbine farà le sue valutazioni e, in caso di dubbio, avvierà un’indagine. Uno degli argomenti che cercherà di verificare è l’impossibilità del Cliente di dimostrare che il vento non devii mai di più o meno di sette gradi e mezzo dall’orizzontale. Perché, stando così le cose, potrà tentare di far valere la clausola di esclusione dalla garanzia. Se riuscisse, con ogni probabilità per la ditta investitrice sarebbe un colpo durissimo, se non la fine. Quanto è facile, per una compagnia costruttrice, dimostrare l’incapacità della ditta investitrice? Dipende molto da quanto sono smaliziate le compagnie investitrici, cioè, in ultima analisi, dal

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L'X-15 in volo

Oltre l’Atmosfera

Patrizia Favaron Premessa Che lo spazio esterno fosse “interessante”, che oltre l’atmosfera vi fosse qualcosa da studiare ed esplorare, lo avevano intuito non pochi ormai più di un secolo fa – i nomi di Hermann Julius Oberth, Konstantin Eduardovic Ciolkovsky e Robert Goddard stanno lì a dimostrarlo. Ed i primi esperimenti di missilistica mostrarono come, in fondo, fosse possibile portare dei manufatti sin lassù. Manufatti, sì, ma persone? La cosa era un po’ più difficile, soprattutto perché insieme ad esse era (è) necessario spedire nello spazio anche quintali di sistemi di sostentamento della vita, scudi termici, schermi antiradiazioni, acqua, ossigeno, provviste… A dire il vero, qualcuno si era spinto molto in alto a bordo di aerostati progettati per le altissime quote: Auguste Piccard aveva superato i 16km, ed i voli “Osoaviakhim-1” (Unione Sovietica) ed “Explorer II” (Stati Uniti) avevano raggiunto rispettivamente 22 e 22.1km. Ma dirlo “spazio”, sarebbe un po’ improprio: dopotutto un aerostato ha bisogno di un mezzo entro il quale galleggiare, cioè, aria. Potrà spingersi molto in alto, ma dovrà comunque rimanere nell’atmosfera. In base ad una convenzione piuttosto condivisa, lo spazio vero e proprio inizia alla quota della “linea di Karman”, a circa 100km sopra il livello medio del mare. Cento chilometri che sono un niente rispetto al raggio terrestre (circa 6366km), ma, animali terragnoli come noi umani devono fare una bella fatica per arrivarci. E non che il viaggio sia di per sé privo di pericoli. Con l’aumento della quota la pressione dell’aria diminuisce progressivamente, sin praticamente a svanire. Alla quota del Monte Everest, 8488m, l’aria è già così poca che sopravvivervi per anche solo qualche ora richiede un allenamento estremo (che spesso neanche basta). Non solo: la temperatura, così confortevole (‘nzomma… 🤦‍♀️) presso il suolo, scende molto, e già alla quota tutto sommato modesta dei voli di linea ha un valore dell’ordine di -50 °C. Insomma: renderci conto per esperienza diretta personale, a pelle, della presenza di strati di atmosfera con proprietà diverse fuori dalla nostra portata non è cosa indolore, e può avvenire con fatica solo grazie a strumenti come le radiosonde portate in quota dai palloni meteorologici. L’immagine qui sopra la conosco bene. Eppure, tutte le volte che la riguardo non posso fare a meno di provare un senso, insieme, di timore e di meraviglia: l’atmosfera, tutta, quella nella quale abitiamo, è davvero una pellicina sottilissima. Cento chilometri… Se la Terra fosse ridotta di colpo alle dimensioni di una palla da basket, l’atmosfera sarebbe spessa … Spessa quanto? Per scoprirlo basta che facciamo una semplice proporzione: 100 km : 6366 km = X cm : 12 cm e cioè, X = 0.1885 cm. Neanche due millimetri. E la nostra cara troposfera, con i suoi 10 km di spessore, non arriverebbe a due decimi di millimetro. (Sarà il caso che di questo staterello ci prendiamo molta cura: non abbiamo altro posto dove andare…) Un’epopea quasi dimenticata La conquista umana dello spazio, così come l’ho definito, non è avvenuta nel 1961 con la storica missione di Yuri Gagarin. A lui, eroe avanguardista, il merito di aver compiuto il primo volo orbitale (su una capsula che i piloti collaudatori di questi tempi non faticherebbero a definire una cassa da morto). Ma la nostra storia comincia nel 1959, con l’avvio del programma X-15 (la progettazione era iniziata alcuni anni prima). Programma di ricerca e sviluppo, che si protrarrà sino al 1967, ben dentro l’”era spaziale” intesa nel modo comune. Ma cos’era l’X-15? Ecco, più o meno una roba così: Eccolo, qui sopra. In apparenza un “aereo”, con impostazione di tipo monoplano, monoposto, con propulsore a razzo. Come operava? Veniva agganciato al pilone dell’ala dell’aereo-laboratorio della NASA, un B-52 modificato, che si occupava di portarlo in quota – il consumo di carburante negli strati più bassi dell’atmosfera sarebbe stato talmente elevato da rendere impossibile un decollo da terra. All’inizio della missione, una volta raggiunta la quota prevista, l’X-15 veniva sganciato. Un esemplare di X-15-2, pochi secondi dopo lo sgancio dal B-52 della NASA (operato dalla USAF); si notino i due enormi serbatoi supplementari. Qualche secondo dopo, perduta un poco di quota e raggiunta la distanza di sicurezza, il pilota accendeva i motori a razzo, e l’X-15 accelerava mentre una ripida cabrata gli faceva guadagnare velocemente quota. Raggiunta la quota di picco, che in alcune missioni raggiungeva o si avvicinava molto ai 100 km dal suolo, picchiava e riguadagnava l’atmosfera più densa, e planando come un aliante raggiungeva la base di destinazione, un lago salato presso la base di Edwards (od una delle altre località designate in caso di emergenza). A dirla così sembra una cosa quasi facile. Ma, come spesso accade, sono i dettagli la parte più allarmante dell’intera storia. Intanto. Per risparmiare peso, l’X-15 disponeva di un carrello anteriore ma non di un carrello posteriore. Al momento dell’atterraggio sganciava la parte inferiore della coda, e toccava il suolo su due pattini. Un’impresa così, però, non puoi compierla sulla pista di un normale aeroporto, o in un prato, o su un’autostrada. Le missioni così dovevano terminare sulla superficie di un lago salato non lontano dalla base USAF di Edwards, in California. Certo, come da tradizione NASA esistevano diversi punti di atterraggio alternativi da usare in caso di “abort” della missione. Ma non era il caso di provarci… Un airframe avveniristico… Con gli occhi di una persona nata negli anni ’60 del secolo scorso, l’X-15 ricordava un aeroplano realmente utilizzato (e, a questo mi dicono, piuttosto famigerato): l’F-104. Ali molto corte, profilo molto allungato, adatto al volo in regime supersonico e, nel caso dell’X-15, ipersonico. La somiglianza esteriore, però, si fermava alla superficie. Progettato per raggiungere e superare velocità superiori a Mach 6, l’X-15 doveva essere in grado di resistere alle tremende temperature incontrate nei momenti di massima velocità. E infatti: la superficie esterna era realizzata in Inconel, una lega aeronautica di pregio in grado di conservare buone proprietà meccaniche anche ad alta temperatura. L’abitacolo, in alluminio, era separato dalla struttura della fusoliera, così da garantire al pilota

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Aumento delle depressioni estive sull’Atlantico nord-orientale

Articolo tratto dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 In Europa occidentale il clima si sta riscaldando con particolare rapidità. In Francia, ad esempio, le temperature medie giornaliere dal 1950 al 2022 mostrano un aumento di oltre 1,5°C a causa del cambiamento climatico. Le temperature massime giornaliere invece sono aumentate da due a tre volte in più rispetto alla media globale e le heatwaves sono in aumento (Ribes et al 2022, Vautard et al 2023). Le proiezioni climatiche indicano un aumento delle temperature estreme in Europa occidentale, ma solo pochi degli attuali modelli catturano l’ampiezza di questo fenomeno. Ovviamente, il semplice aumento della temperatura media, a causa del cambio climatico antropico, rende gli estremi più frequenti. Ma ci sono sempre più indizi che fanno pensare che questo riscaldamento in eccesso sia legato in qualche misura anche a cambiamenti nella circolazione atmosferica. Vautard et al (2023) ha suggerito che pattern di pressione che favoriscono flussi di vento da sud e condizioni anticicloniche sull’Europa siano in aumento, portando a temperature elevate. Per esprimere il concetto in termini semplici, la questione principale che si pone è la seguente: perché le heatwaves stanno aumentando? È dovuto all’innalzamento della temperatura media, il che fa sì che una certa soglia di temperatura venga superata più frequentemente? Oppure è il risultato di un aumento delle condizioni meteorologiche che portano ad heatwaves, come anomalie anticicloniche tipo blocking atmosferici o persistenti configurazioni di vento da sud? Con un leggero abuso di linguaggio, queste due spiegazioni sonocomunemente denominate effetto termodinamico e effetto dinamico. È chiaro che questi due elementi non sono indipendenti, ma rappresentano piuttosto paradigmi opposti, e la verità sarà probabilmente una combinazione di entrambi. In questo studio, si è utilizzato un algoritmo per identificare e caratterizzare le depressioni profonde nell’Atlantico e in Europa durante l’estate, analizzando la loro evoluzione nei dati storici e nei modelli climatici. L’obiettivo è comprendere meglio il loro legame con le heatwaves, un aspetto finora poco studiato. Si sono usati dati della Rianalisi ERA5, e dati prodotti dai modelli partecipanti al progetto CMIP6. L’algoritmo è molto semplice: percorre la regione euro atlantica con quadrati di 15°×15° in latitudine e longitudine. All’interno di ogni quadrato, individua il minimo di altezza geopotenziale a 500 hPa, e poi applica un criterio di scala spaziale e un criterio di profondità di almeno 110 m rispetto ai margini circostanti (vedere l’articolo originale per tutti i dettagli). Se un minimo di questo tipo viene trovato nel quadrato per un certo giorno, allora si attribuisce una depressione profonda (deep depression, DD) al centro del quadrato per quel giorno. Risultati principali dello studio L’analisi delle depressioni profonde nella regione euro-atlantica è riassunta nella Figura 1. Come si vede, il numero medio di giorni con DD (DD-day) per la stagione estiva è massimo lungo una banda che va approssimativamente dall’est del Canada alle isole britanniche. In effetti l’algoritmo di conteggio delle depressioni ritrova la classica stormtrack estiva media. Si vede anche un trend positivo e statisticamente significativo a est-sudest del massimo di stormtrack, mentre un trend negativo si registra lungo la costa orientale del Nord America. L’aumento di DD-day nei 73 anni analizzati è considerevole: porta quasi a un raddoppio del loro numero nelle aree di massimo trend. Nella Figura.2 si analizza un po’ più in dettaglio l’area di forte trend positivo, indicata con il rettangolo verde in Figura1. Nel panello a si ritrova il forte aumento di DD-day visto in Figura1 e la sua variabilità interannuale. Il numero medio di DD‐days per estate è passato da 7.6 nel periodo 1950–1974 a 12 nel 1998–2022. Le mappe composite delle anomalie di temperatura (pannello b) mostrano che le depressioni nell’atlantico orientale sono accompagnate da temperature elevate in Europa centrale e occidentale, con un pattern simile a quello tipicamente osservato durante le ondate de calore (vedi Stefanon et al 2012). Un aspetto cruciale dello studio riguarda l’incapacità degli attuali modelli climatici globali (CMIP6) di riprodurre le tendenze osservate nelle depressioni profonde. Nessuno dei 20 modelli analizzati è stato in grado di simulare l’aumento nell’Atlantico orientale, e molti sottostimano il numero totale di DD-day. I trend lineari dei modelli, calcolati con lo stesso metodo utilizzato per ERA5, sono riportati in rosso sul pannello a. Discussione Questi risultati, tutto sommato semplici, ci portano ad una serie di considerazioni. In primo luogo, perché i DD-days portano alte temperature in Europa? Molto rimane da investigare sul legame tra heatwave e depressioni. Le recenti heatwaves (come quelle di luglio 2022 e giugno 2019) sono state associate a cicloni persistenti nella regione atlantica orientale, suggerendo una spiegazione semplice che coinvolge l’avvezione di temperature provenienti da sud sul lato orientale del ciclone. Tuttavia, non bisogna dimenticare che le depressioni, o le cut-off lows, non sono le uniche responsabili delle ondate di calore: anche i sistemi di alta pressione persistenti, come il blocking atmosferico, sono molto comuni in Europa occidentale, e questi sistemi interagiscono con le cut-off lows: le depressioni nella media troposfera riscaldando la colonna atmosferica, potenzialmente favoriscono o rinforzano un blocco sul loro lato est. Un’alta pressione sull’Europa continentale ha un effetto di riscaldamento locale per subsidenza, ma potrebbe a sua volta anche rallentare i sistemi di bassa pressione nell’Atlantico orientale, rendendoli più persistenti. Inoltre, gli effetti diabatici nella zona frontale a est di un ciclone (il warm conveyor belt) possono fornire aria calda al blocco, amplificandolo. Un altro punto che resta da capire è la ragione fisica dell’aumento di queste depressioni. Si tratta di variabilità naturale della circolazione delle medie latitudini o di un segnale causato da una forzante su larga scala? Ed è di origine naturale o antropica? Nell’articolo originale si trova une descrizione dinamica del fenomeno, ma che resta parziale. In breve, mentre il riscaldamento della superfice continentale americana potrebbe spiegare una diminuzione del jet-stream e della stormtrack nell’Atlantico occidentale, l’aumento dell’attività nell’Atlantico orientale è meno chiaro. L’incremento della baroclinicità in questa zona è dovuto a un aumento del wind-shear associato a uno spostamento del jet verso sud-est, ma il legame causale con l’aumento dei cicloni nella

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Applicazioni di strumentazione autonoma per la misurazione delle caratteristiche fisiche dell’oceano polare

Articolo tratto dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 La conoscenza e comprensione dei fenomeni che avvengono nel mare è sempre limitata da un fattore determinante: il mare è in continua evoluzione e quindi cambia il suo stato nel tempo e nello spazio. Questo è da sempre un cruccio per gli oceanografi che, dagli albori di questa scienza, cercano di inventarsi metodi e strumenti che possano ovviare ai limiti imposti dalla vastità dell’oceano. La sfida è ardua e l’oceano rimane ancora inesplorato e con fenomeni poco chiari e non descritti a sufficienza. L’avvento dei satelliti ha permesso di ottenere una conoscenza approfondita dei processi che interessano gli strati più superficiali ma, ahinoi, il satellite non vede in profondità. E a volte è proprio lì, negli abissi, che sono custoditi molti dei segreti che l’oceano conserva. La tecnologia sta facendo balzi da gigante nel campo delle misure oceanografiche e siamo giunti ad utilizzare dei veri e proprio droni marini che, in completa autonomia, solcano gli oceani misurando i parametri fondamentali che caratterizzano l’ambiente marino. Tra i precursori di questa nuova era della esplorazione marina, ci sono sicuramente gli strumenti denominati Argo Float. Argo è il progetto internazionale (https://argo.ucsd.edu/) che ha come scopo finale l’osservazione su scala globale delle principali caratteristiche fisiche dell’oceano dalla superficie fino a 2000 m di profondità. Il nome Argo è stato scelto per la collaborazione con il programma satellitare di osservazione terrestre Jason, cha ha lo scopo di studiare la forma della superficie oceanica (nella mitologia greca, Giasone – Jason – navigò sulla sua nave Argo alla ricerca del vello d’oro). Iniziato alla fine degli anni ‘90, il programma prevede la copertura di tutti gli oceani con almeno 4000 strumenti che funzionano in modo quasi sincrono e tale da fornire una visione quasi sinottica della struttura verticale del campo di temperatura e salinità. Nella figura 1 è rappresentata la mappa in cui sono riportate le posizioni di tutti gli Argo float attivi e che hanno trasmesso una posizione e i profili misurati alla data della mappa. Come funzionano gli Argo float La natura molto spesso fornisce delle soluzioni a problemi che possono sembrare complessi. Gli Argo float, autonomamente, affondano e risalgono e, una volta in superficie, grazie alla trasmissione satellitare, inviano i dati ai centri di raccolta sulla terra. Ma come è gestito in autonomia lo spostamento verticale? Si riproduce in sostanza il comportamento dei pesci che variano il volume della vescica natatoria per spostarsi da una profondità ad una superiore/inferiore. L’Argo float ha una sua vescica che può essere gonfiata o sgonfiata facendo variare di conseguenza il volume dello strumento. Il volume è legato alla densità attraverso la relazione: densità=massa/volume. Pertanto, se la vescica del float aumenta di volume (si pompa dell’olio presente in un circuito interno) la densità diminuisce e viceversa. Se la densità dello strumento è minore di quella dell’oceano, il float ha un moto ascensionale, se invece avviene il contrario (densità dello strumento maggiore di quella dell’oceano) lo strumento affonda. Un sensore di pressione regola la profondità massima che il float può raggiungere (definita come parking depth posta di solito pari a circa 1000 m). Quindi, arrivati sul punto di rilascio, il float è pronto per immergersi e, lanciato in acqua (passo 1 in figura 2a), affonda fino alla profondità di 1000 (passo 2 in figura 2a) e rimane a questa profondità per 10 giorni trasportato dalla corrente (passo 3 in figura 2a). Scaduti i 10 giorni, lo strumento fa un ulteriore tuffo fino a 2000 m (passo 4) da dove comincia la risalita fino in superficie (passo 5), misurando temperatura e salinità dell’oceano. Raggiunta la superfice, attende il passaggio di un satellite della costellazione Iridium (passo 6), trasmette i dati raccolti e si immerge nuovamente (passo 7). Lo schema del ciclo di lavoro è rappresentato in figura 2 ed è ripetuto dallo strumento fino a quando le batterie lo consentono. Tra i risultati più significativi ottenuti da questi strumenti c’è sicuramente la misura del contenuto di calore dell’oceano da 0 a 2000 m che ha messo in evidenza come l’oceano abbia assorbito più del 90% del calore in eccesso prodotto dal riscaldamento globale del pianeta (figura 2b). Applicazione degli Argo float nell’oceano polare Nonostante un potenziale davvero straordinario e quindi le possibilità di osservare l’oceano come mai successo in passato, un notevole gap conoscitivo persiste nell’esplorazione marina specialmente degli ambienti polari. I poli rappresentano un laboratorio straordinario per conoscere la storia climatica del nostro pianeta e per cercare quindi di intuire il futuro; rispondono molto più rapidamente ai cambiamenti climatici e hanno il potenziale di creare cambi repentini dello stato climatico del nostro pianeta (Schmidt e Hertzberg, 2011). Da ormai un trentennio, il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), è impegnato anche nello studio dell’oceanografia del Mare di Ross. L’importanza di questo bacino costiero del continente antartico è legata alla produzione di una massa d’acqua relativamente salata e fredda (Orsi e Wiedrwhol, 2008) che costituisce una frazione significativa del volume totale delle acque più dense del pianeta che, a loro volta, alimentano la grande circolazione termoalina del pianeta (Rahmstorf, 2003). Nel corso degli anni, le campagne estive condotte nell’ambito del PNRA hanno permesso di descrivere nel dettaglio i processi di formazione di queste acque salate e attraverso ancoraggi fissi di strumentazione, è stato possibile misurare la variabilità nel corso dell’anno ma solo in pochi punti del mare di Ross e a quote prestabilite (Castagno et al., 2019). Poco o nulla è noto riguardo la variabilità dei principali parametri fisici lungo la colonna d’acqua durante il periodo invernale, quando il mare di Ross è ricoperto dal ghiaccio marino. In questo periodo, nessuna nave da ricerca può raggiungere queste aree e i satelliti ovviamente non vedono la superficie del mare ma misurano solo la copertura del ghiaccio marino. Nel 2020, i ricercatori presenti a bordo della nave italiana Laura Bassi, in collaborazione con i colleghi dell’Istituto di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste (OGS) che gestiscono sul fronte italiano il programma Argo,

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