Eva De Vecchis

Aumento delle depressioni estive sull’Atlantico nord-orientale

Articolo tratto dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 In Europa occidentale il clima si sta riscaldando con particolare rapidità. In Francia, ad esempio, le temperature medie giornaliere dal 1950 al 2022 mostrano un aumento di oltre 1,5°C a causa del cambiamento climatico. Le temperature massime giornaliere invece sono aumentate da due a tre volte in più rispetto alla media globale e le heatwaves sono in aumento (Ribes et al 2022, Vautard et al 2023). Le proiezioni climatiche indicano un aumento delle temperature estreme in Europa occidentale, ma solo pochi degli attuali modelli catturano l’ampiezza di questo fenomeno. Ovviamente, il semplice aumento della temperatura media, a causa del cambio climatico antropico, rende gli estremi più frequenti. Ma ci sono sempre più indizi che fanno pensare che questo riscaldamento in eccesso sia legato in qualche misura anche a cambiamenti nella circolazione atmosferica. Vautard et al (2023) ha suggerito che pattern di pressione che favoriscono flussi di vento da sud e condizioni anticicloniche sull’Europa siano in aumento, portando a temperature elevate. Per esprimere il concetto in termini semplici, la questione principale che si pone è la seguente: perché le heatwaves stanno aumentando? È dovuto all’innalzamento della temperatura media, il che fa sì che una certa soglia di temperatura venga superata più frequentemente? Oppure è il risultato di un aumento delle condizioni meteorologiche che portano ad heatwaves, come anomalie anticicloniche tipo blocking atmosferici o persistenti configurazioni di vento da sud? Con un leggero abuso di linguaggio, queste due spiegazioni sonocomunemente denominate effetto termodinamico e effetto dinamico. È chiaro che questi due elementi non sono indipendenti, ma rappresentano piuttosto paradigmi opposti, e la verità sarà probabilmente una combinazione di entrambi. In questo studio, si è utilizzato un algoritmo per identificare e caratterizzare le depressioni profonde nell’Atlantico e in Europa durante l’estate, analizzando la loro evoluzione nei dati storici e nei modelli climatici. L’obiettivo è comprendere meglio il loro legame con le heatwaves, un aspetto finora poco studiato. Si sono usati dati della Rianalisi ERA5, e dati prodotti dai modelli partecipanti al progetto CMIP6. L’algoritmo è molto semplice: percorre la regione euro atlantica con quadrati di 15°×15° in latitudine e longitudine. All’interno di ogni quadrato, individua il minimo di altezza geopotenziale a 500 hPa, e poi applica un criterio di scala spaziale e un criterio di profondità di almeno 110 m rispetto ai margini circostanti (vedere l’articolo originale per tutti i dettagli). Se un minimo di questo tipo viene trovato nel quadrato per un certo giorno, allora si attribuisce una depressione profonda (deep depression, DD) al centro del quadrato per quel giorno. Risultati principali dello studio L’analisi delle depressioni profonde nella regione euro-atlantica è riassunta nella Figura 1. Come si vede, il numero medio di giorni con DD (DD-day) per la stagione estiva è massimo lungo una banda che va approssimativamente dall’est del Canada alle isole britanniche. In effetti l’algoritmo di conteggio delle depressioni ritrova la classica stormtrack estiva media. Si vede anche un trend positivo e statisticamente significativo a est-sudest del massimo di stormtrack, mentre un trend negativo si registra lungo la costa orientale del Nord America. L’aumento di DD-day nei 73 anni analizzati è considerevole: porta quasi a un raddoppio del loro numero nelle aree di massimo trend. Nella Figura.2 si analizza un po’ più in dettaglio l’area di forte trend positivo, indicata con il rettangolo verde in Figura1. Nel panello a si ritrova il forte aumento di DD-day visto in Figura1 e la sua variabilità interannuale. Il numero medio di DD‐days per estate è passato da 7.6 nel periodo 1950–1974 a 12 nel 1998–2022. Le mappe composite delle anomalie di temperatura (pannello b) mostrano che le depressioni nell’atlantico orientale sono accompagnate da temperature elevate in Europa centrale e occidentale, con un pattern simile a quello tipicamente osservato durante le ondate de calore (vedi Stefanon et al 2012). Un aspetto cruciale dello studio riguarda l’incapacità degli attuali modelli climatici globali (CMIP6) di riprodurre le tendenze osservate nelle depressioni profonde. Nessuno dei 20 modelli analizzati è stato in grado di simulare l’aumento nell’Atlantico orientale, e molti sottostimano il numero totale di DD-day. I trend lineari dei modelli, calcolati con lo stesso metodo utilizzato per ERA5, sono riportati in rosso sul pannello a. Discussione Questi risultati, tutto sommato semplici, ci portano ad una serie di considerazioni. In primo luogo, perché i DD-days portano alte temperature in Europa? Molto rimane da investigare sul legame tra heatwave e depressioni. Le recenti heatwaves (come quelle di luglio 2022 e giugno 2019) sono state associate a cicloni persistenti nella regione atlantica orientale, suggerendo una spiegazione semplice che coinvolge l’avvezione di temperature provenienti da sud sul lato orientale del ciclone. Tuttavia, non bisogna dimenticare che le depressioni, o le cut-off lows, non sono le uniche responsabili delle ondate di calore: anche i sistemi di alta pressione persistenti, come il blocking atmosferico, sono molto comuni in Europa occidentale, e questi sistemi interagiscono con le cut-off lows: le depressioni nella media troposfera riscaldando la colonna atmosferica, potenzialmente favoriscono o rinforzano un blocco sul loro lato est. Un’alta pressione sull’Europa continentale ha un effetto di riscaldamento locale per subsidenza, ma potrebbe a sua volta anche rallentare i sistemi di bassa pressione nell’Atlantico orientale, rendendoli più persistenti. Inoltre, gli effetti diabatici nella zona frontale a est di un ciclone (il warm conveyor belt) possono fornire aria calda al blocco, amplificandolo. Un altro punto che resta da capire è la ragione fisica dell’aumento di queste depressioni. Si tratta di variabilità naturale della circolazione delle medie latitudini o di un segnale causato da una forzante su larga scala? Ed è di origine naturale o antropica? Nell’articolo originale si trova une descrizione dinamica del fenomeno, ma che resta parziale. In breve, mentre il riscaldamento della superfice continentale americana potrebbe spiegare una diminuzione del jet-stream e della stormtrack nell’Atlantico occidentale, l’aumento dell’attività nell’Atlantico orientale è meno chiaro. L’incremento della baroclinicità in questa zona è dovuto a un aumento del wind-shear associato a uno spostamento del jet verso sud-est, ma il legame causale con l’aumento dei cicloni nella

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Applicazioni di strumentazione autonoma per la misurazione delle caratteristiche fisiche dell’oceano polare

Articolo tratto dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 La conoscenza e comprensione dei fenomeni che avvengono nel mare è sempre limitata da un fattore determinante: il mare è in continua evoluzione e quindi cambia il suo stato nel tempo e nello spazio. Questo è da sempre un cruccio per gli oceanografi che, dagli albori di questa scienza, cercano di inventarsi metodi e strumenti che possano ovviare ai limiti imposti dalla vastità dell’oceano. La sfida è ardua e l’oceano rimane ancora inesplorato e con fenomeni poco chiari e non descritti a sufficienza. L’avvento dei satelliti ha permesso di ottenere una conoscenza approfondita dei processi che interessano gli strati più superficiali ma, ahinoi, il satellite non vede in profondità. E a volte è proprio lì, negli abissi, che sono custoditi molti dei segreti che l’oceano conserva. La tecnologia sta facendo balzi da gigante nel campo delle misure oceanografiche e siamo giunti ad utilizzare dei veri e proprio droni marini che, in completa autonomia, solcano gli oceani misurando i parametri fondamentali che caratterizzano l’ambiente marino. Tra i precursori di questa nuova era della esplorazione marina, ci sono sicuramente gli strumenti denominati Argo Float. Argo è il progetto internazionale (https://argo.ucsd.edu/) che ha come scopo finale l’osservazione su scala globale delle principali caratteristiche fisiche dell’oceano dalla superficie fino a 2000 m di profondità. Il nome Argo è stato scelto per la collaborazione con il programma satellitare di osservazione terrestre Jason, cha ha lo scopo di studiare la forma della superficie oceanica (nella mitologia greca, Giasone – Jason – navigò sulla sua nave Argo alla ricerca del vello d’oro). Iniziato alla fine degli anni ‘90, il programma prevede la copertura di tutti gli oceani con almeno 4000 strumenti che funzionano in modo quasi sincrono e tale da fornire una visione quasi sinottica della struttura verticale del campo di temperatura e salinità. Nella figura 1 è rappresentata la mappa in cui sono riportate le posizioni di tutti gli Argo float attivi e che hanno trasmesso una posizione e i profili misurati alla data della mappa. Come funzionano gli Argo float La natura molto spesso fornisce delle soluzioni a problemi che possono sembrare complessi. Gli Argo float, autonomamente, affondano e risalgono e, una volta in superficie, grazie alla trasmissione satellitare, inviano i dati ai centri di raccolta sulla terra. Ma come è gestito in autonomia lo spostamento verticale? Si riproduce in sostanza il comportamento dei pesci che variano il volume della vescica natatoria per spostarsi da una profondità ad una superiore/inferiore. L’Argo float ha una sua vescica che può essere gonfiata o sgonfiata facendo variare di conseguenza il volume dello strumento. Il volume è legato alla densità attraverso la relazione: densità=massa/volume. Pertanto, se la vescica del float aumenta di volume (si pompa dell’olio presente in un circuito interno) la densità diminuisce e viceversa. Se la densità dello strumento è minore di quella dell’oceano, il float ha un moto ascensionale, se invece avviene il contrario (densità dello strumento maggiore di quella dell’oceano) lo strumento affonda. Un sensore di pressione regola la profondità massima che il float può raggiungere (definita come parking depth posta di solito pari a circa 1000 m). Quindi, arrivati sul punto di rilascio, il float è pronto per immergersi e, lanciato in acqua (passo 1 in figura 2a), affonda fino alla profondità di 1000 (passo 2 in figura 2a) e rimane a questa profondità per 10 giorni trasportato dalla corrente (passo 3 in figura 2a). Scaduti i 10 giorni, lo strumento fa un ulteriore tuffo fino a 2000 m (passo 4) da dove comincia la risalita fino in superficie (passo 5), misurando temperatura e salinità dell’oceano. Raggiunta la superfice, attende il passaggio di un satellite della costellazione Iridium (passo 6), trasmette i dati raccolti e si immerge nuovamente (passo 7). Lo schema del ciclo di lavoro è rappresentato in figura 2 ed è ripetuto dallo strumento fino a quando le batterie lo consentono. Tra i risultati più significativi ottenuti da questi strumenti c’è sicuramente la misura del contenuto di calore dell’oceano da 0 a 2000 m che ha messo in evidenza come l’oceano abbia assorbito più del 90% del calore in eccesso prodotto dal riscaldamento globale del pianeta (figura 2b). Applicazione degli Argo float nell’oceano polare Nonostante un potenziale davvero straordinario e quindi le possibilità di osservare l’oceano come mai successo in passato, un notevole gap conoscitivo persiste nell’esplorazione marina specialmente degli ambienti polari. I poli rappresentano un laboratorio straordinario per conoscere la storia climatica del nostro pianeta e per cercare quindi di intuire il futuro; rispondono molto più rapidamente ai cambiamenti climatici e hanno il potenziale di creare cambi repentini dello stato climatico del nostro pianeta (Schmidt e Hertzberg, 2011). Da ormai un trentennio, il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), è impegnato anche nello studio dell’oceanografia del Mare di Ross. L’importanza di questo bacino costiero del continente antartico è legata alla produzione di una massa d’acqua relativamente salata e fredda (Orsi e Wiedrwhol, 2008) che costituisce una frazione significativa del volume totale delle acque più dense del pianeta che, a loro volta, alimentano la grande circolazione termoalina del pianeta (Rahmstorf, 2003). Nel corso degli anni, le campagne estive condotte nell’ambito del PNRA hanno permesso di descrivere nel dettaglio i processi di formazione di queste acque salate e attraverso ancoraggi fissi di strumentazione, è stato possibile misurare la variabilità nel corso dell’anno ma solo in pochi punti del mare di Ross e a quote prestabilite (Castagno et al., 2019). Poco o nulla è noto riguardo la variabilità dei principali parametri fisici lungo la colonna d’acqua durante il periodo invernale, quando il mare di Ross è ricoperto dal ghiaccio marino. In questo periodo, nessuna nave da ricerca può raggiungere queste aree e i satelliti ovviamente non vedono la superficie del mare ma misurano solo la copertura del ghiaccio marino. Nel 2020, i ricercatori presenti a bordo della nave italiana Laura Bassi, in collaborazione con i colleghi dell’Istituto di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste (OGS) che gestiscono sul fronte italiano il programma Argo,

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Scienziate visionarie. 10 storie di impegno per l’ambiente e la salute 

Articolo tratto dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 Cosa hanno in comune dieci scienziate? Cristina Mangia e Sabrina Presto ce ne parlano nel loro libro che affronta la vita di chimiche, fisiche, mediche, ecologhe e biologhe, vissute in epoche e luoghi diversi, ma che hanno affrontato pregiudizi di genere e si sono scontrate con interessi di parte. Prefazione di Sara Sesti – Postfazione di Maria Eugenia D’Aquin. Il libro di Cristina Mangia e Sabrina Presto, “Scienziate visionarie. 10 storie di impegno per l’ambiente e la salute” di Edizioni Dedalo, racconta le storie di dieci scienziate accomunate dall’aver portato nel loro lavoro nuove visioni sia nel modo di intendere la complessità del pianeta con le sue interconnessioni ambientali e sociali, sia nel modo di concepire il ruolo della scienza nella società. Chimiche, fisiche, mediche, ecologhe e biologhe, vissute in epoche e luoghi diversi, hanno affrontato pregiudizi di genere e si sono scontrate con interessi di parte. Eppure, in molti casi, sono riuscite a influenzare legislazioni ambientali e sanitarie e a promuovere nuovi paradigmi scientifici oggi consolidati. Il volume – con Prefazione di Sara Sesti e Postfazione di Maria Eugenia D’Aquin – si apre con Donella Meadows, scienziata del MIT, che negli anni ’70 ha studiato il concetto di limite alla crescita e la dinamica dei sistemi complessi, spingendo la comunità scientifica ad avere una visione che vada oltre numeri, dati o modelli. Tra le scienziate si distingue Katsuko Saruhashi, fisica giapponese che, negli anni ’50, rifiutò di lavorare in ricerche militari per dedicarsi alla meteorologia e all’oceanografia. Grazie al suo approccio interdisciplinare, riuscì a comprendere la dinamica del trasporto delle ceneri radioattive dopo i test della bomba all’idrogeno nell’atollo di Bikini, dimostrandone gli effetti devastanti su ambiente e salute. Contemporanea è invece Suzanne Simard, la scienziata canadese che ha scoperto la rete sotterranea di comunicazione tra gli alberi e oggi studia il ruolo delle foreste sul clima. Dal Nord al Sud globale, dalle fabbriche alle foreste, dalle discariche al nucleare, le dieci biografie raccontano di fatti e scoperte, ma anche di valori che ciascuna scienziata ha portato nel proprio lavoro, suggerendo la necessità di nuove visioni per affrontare le attuali crisi ambientali.  Per acquistarlo, clicca QUI

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La modellistica meteorologica italiana si incontra: una giornata ad ItaliaMeteo 

Articolo tratto dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 Il 19 febbraio si è svolto a Bologna, presso la Terza Torre della Regione Emilia-Romagna, il primo incontro in presenza dedicato al coordinamento della modellistica meteorologica italiana, organizzato da Agenzia ItaliaMeteo. Questo incontro rappresenta un passo importante con il quale l’Agenzia mira a realizzare il suo compito di coordinamento e armonizzazione delle diverse realtà operanti nel settore. In particolare, l’evento ha coinvolto coloro che si occupano dello sviluppo e del mantenimento operativo di modelli numerici previsionali da Agenzie ed Enti da tutta Italia. La risposta della comunità scientifica è stata particolarmente positiva, con la partecipazione di 63 persone in presenza e 20 da remoto. L’evento, tenutosi in modalità ibrida, ha permesso di coinvolgere anche colleghi geograficamente distanti, favorendo un confronto inclusivo e aperto.  L’incontro ha fatto seguito a una prima riunione online in cui è stata effettuata una ricognizione dei principali sistemi modellistici utilizzati in Italia: ICON, WRF e MOLOCH. Da questa ricognizione è emersa la volontà da parte dell’Agenzia ItaliaMeteo di promuovere un coordinamento strutturato delle attività modellistiche nazionali.  L’organizzazione dell’incontro dedicato alla modellistica meteorologica italiana La giornata dedicata alla modellistica meteorologica italiana si è aperta con un intervento introduttivo del Direttore di ItaliaMeteo, Carlo Cacciamani, che ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra coloro che si occupano di modellistica previsionale per ottimizzare e valorizzare le capacità distribuite in tutta Italia. Cacciamani ha anche espresso la volontà di costituire il Tavolo di Coordinamento Permanente della Modellistica Numerica.  È stata poi la volta di una breve introduzione sull’attività operativa, di ricerca e di sviluppo dell’Agenzia ItaliaMeteo. Il sistema modellistico di riferimento per l’Agenzia, basato sul modello ICON (www.icon-model.org, www.cosmo-model.org), si distingue per la sua consolidata collaborazione internazionale e per l’elevato livello di portabilità su sistemi HPC (High-Performance Computing), sia su processori standard che grafici. Una caratteristica fondamentale di ICON è la sua capacità di simulazione dei fenomeni atmosferici su diverse scale spaziali (dal globale al LES – Large Eddy Simulation) e temporali (dalle previsioni a breve termine a simulazioni climatologiche), garantendo prestazioni ottimali nelle verifiche comparative.  La situazione del sistema previsionale ad alta risoluzione Il sistema previsionale ad alta risoluzione italiano, ICON-2I, è attualmente operativo sui cluster HPC del Cineca grazie a risorse messe a disposizione dall’Agenzia. Lo sviluppo della catena modellistica, basata sul sistema modellistico sviluppato negli anni da Arpae Emilia-Romagna, è frutto della collaborazione tra ItaliaMeteo, Arpae Emilia-Romagna e Cineca, con il supporto degli enti del Consorzio COSMO. La catena previsionale è costituita da due corse giornaliere con previsioni fino a 3 giorni, da una corsa di ensemble di 20 membri, che permette di stimare l’incertezza dei fenomeni che si prevedono, e da corse con frequenza trioraria con previsioni fino a 24 ore, importanti in fase di monitoraggio. Le condizioni iniziali di tutte le catene previsionali sono fornite dal sistema di assimilazione dati KENDA (Kilometer-scale Ensemble Data Assimilation), basato su un metodo di ensemble Kalman filter mediante il quale vengono assimilate osservazioni da stazioni al suolo, radiosondaggi, aerei e radar.  Nel corso del 2025, inoltre, è prevista l’attivazione del nuovo sistema HPC dedicato ad ItaliaMeteo, che l’Agenzia ha fortemente voluto e finanziato, che consentirà di incrementare decisamente le capacità di calcolo e, di conseguenza, di migliorare le tempistiche e l’affidabilità della produzione, nonché la qualità del modello grazie al potenziamento dello sviluppo.  Le forme di collaborazione favorite da ItaliaMeteo ItaliaMeteo intende promuovere forme di collaborazione aperte con tutti i soggetti interessati, favorendo la partecipazione su temi comuni attraverso diverse modalità:  Per perseguire questo obiettivo, sono stati istituiti gruppi di lavoro su tematiche di rilievo, tra cui:  La conclusione dell’incontro I presenti all’incontro dedicato alla modellistica meteorologica italiana si sono quindi suddivisi nei diversi gruppi, utilizzando anche il momento del pranzo come occasione di confronto e di scambio di idee. All’interno dei singoli gruppi sono scaturite idee per progetti quali la rianalisi, all’interno del gruppo di assimilazione, e la visualizzazione dei prodotti previsionali nel gruppo dell’implementazione operativa. Per altri gruppi, come quello di verifica, nowcasting e utilizzo dei dati osservativi, la prima fase è stata una ricognizione dei sistemi presenti operativamente per cercare di definire come ottimizzare le risorse già presenti sul territorio. Il gruppo di sviluppo del modello ha lavorato attivamente focalizzandosi su alcuni temi che verranno studiati in attività in collaborazione quali la previsione in ambito urbano, lo studio della microfisica e la definizione di un insieme di casi studio comuni per il confronto dei risultati. L’incontro dedicato alla modellistica meteorologica italiana si è concluso con una sessione plenaria di sintesi delle discussioni e delle azioni che saranno intraprese dai singoli gruppi. Il filo conduttore degli interventi, sia nell’assemblea plenaria che nei diversi gruppi, è stato la ricerca di sinergie progettuali su temi di interesse comune, con particolare attenzione alla complementarità tra le diverse tecnologie modellistiche.  Questo incontro rappresenta una prima tappa fondamentale nel percorso di collaborazione tra le diverse Agenzie ed Enti operanti nel settore. Questa giornata, che si prevede diventi un appuntamento annuale, sarà affiancata dall’attività continuativa dei gruppi di lavoro che si incontreranno con modalità e frequenza definite autonomamente per discutere dei temi proposti.  Virginia Poli(Agenzia ItaliaMeteo e Arpae Emilia-Romagna) Thomas Gastaldo (Agenzia ItaliaMeteo e Arpae Emilia-Romagna)  Chiara Marsigli (Arpae Emilia-Romagna) 

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Buco dell'ozono antartico

Il buco dell’ozono antartico nel 2024 torna alla normalità 

Flash news tratta dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 Negli ultimi quattro anni, il buco dell’ozono antartico è durato più a lungo del solito e si è chiuso nella seconda metà di dicembre, interrompendo la serie degli anni precedenti e seguendo uno sviluppo più tipico. Il buco dell’ozono ha iniziato a chiudersi all’inizio di dicembre, il che è più vicino alla media rispetto a quanto accaduto negli anni più recenti. Anche gli altri indicatori normalmente utilizzati per monitorare il buco dell’ozono, come l’area totale, sono risultati più vicini alla media rispetto agli ultimi anni. Lo sviluppo del buco dell’ozono antartico nel 2024 è iniziato più tardi della media, principalmente a causa dell’interruzione del vortice polare in seguito a due improvvisi episodi di riscaldamento stratosferico avvenuti a luglio. La sua area ha continuato ad aumentare per tutto settembre, seguendo da vicino la media del periodo 1979-2021, raggiungendo la sua dimensione massima di 22 milioni di km2 entro la fine del mese. Non solo la sua massima estensione è risultata più piccola rispetto al 2023 e al 2022 (quando raggiunse circa 25 milioni di km2), ma il massimo si è verificato più tardi rispetto al 2023, in linea con la media storica.  Buco dell’ozono: l’efficacia del protocollo Montreal L’area del buco dell’ozono è diminuita costantemente di dimensioni per tutto ottobre, in linea con la media, e si è stabilizzata fino a novembre con un’area approssimativa di 10 milioni di km2. La rottura del vortice polare nella prima settimana di dicembre ha poi portato rapidamente alla chiusura del buco dell’ozono del 2024 in linea con la data di chiusura media del 1979-2021. Questo mostra l’efficacia del protocollo di Montreal e dei suoi successivi emendamenti nel ridurre le emissioni di sostanze che riducono l’ozono. 

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L’isola di calore urbana: misure e applicazioni

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 Il fenomeno dell’isola di calore urbana, generalmente indicato come UHI dall’inglese Urban Heat Island, noto e studiato da quasi due secoli (Howard, 1833; Oke et al., 2017), riceve in epoca recente un rinnovato interesse specialmente nel quadro generale della resilienza ai cambiamenti climatici e per il fatto che più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, con tendenza alla crescita. La fenomenologia associata è essenzialmente termica, rappresentabile dalla differenza tra temperature in ambito urbano rispetto a quelle del circostante ambiente extra urbano (Indice UHI), ma presenta anche altri aspetti meteo-climatici, come quelli relativi all’umidità e alla circolazione sia orizzontale che verticale, alla nuvolosità e alla precipitazione. Il tutto è dovuto alle diverse caratteristiche radiative e termiche delle superfici urbane rispetto a quelle extra urbane, che determinano un diverso tasso orario di raffreddamento serale e riscaldamento diurno: la figura 1 illustra un episodio significativo per la città di Milano in una delle stazioni di misura della rete della Fondazione Osservatorio Meteorologico Milano Duomo ETS (FOMD: www.fondazioneomd.it). Il fenomeno UHI è specifico per ogni singola città e va quindi analizzato caso per caso. Le generalizzazioni sono possibili solo sulle metodologie utilizzate, mentre la valutazione degli aspetti urbanistici (oltre a quelli geografici e climatologici) diventa imprescindibile sia per la tipologia delle strutture (edifici, parchi, strade) che per la loro geometria e distribuzione territoriale. Trattandosi comunque di un fenomeno meteorologico, può e deve essere trattato anche in termini climatologici. In questo caso sono rilevanti sia gli aspetti evolutivi del clima in sé, ormai diventati ineludibili con dirette influenze sul clima urbano, sia l’evoluzione urbanistica della singola città: tanto più rilevante quest’ultima in considerazione della rapida ed importante crescita urbana nell’ultimo secolo e ancora in corso specialmente in alcune aree geografiche, con conseguenze sul clima extra urbano almeno a scala regionale. Lavori recenti (Huilin et al., 2023) stanno in particolare esaminando la tendenza recente della temperatura urbana e dell’UHI, evidenziando come la prima cresca in genere molto più della media globale e regionale esaltando il fenomeno UHI specialmente di giorno: a Milano, ad esempio, il tasso di riscaldamento urbano recente risulta essere quasi 3 volte quello medio globale. Mentre la media annua dell’Indice UHI è in genere di pochi gradi, ma con ampie variazioni in funzione dell’area climatica e della tipologia e dimensione urbanistica, il suo valore medio orario può raggiungere i 10 ÷ 12°C nel caso delle città più grandi e densamente popolate e con particolari caratteristiche dell’edificato (figura 2). La differenza tra temperatura urbana ed extra urbana dipende sia dalla climatologia locale che dalle specifiche condizioni meteorologiche a scala sinottica o mesosinottica al momento della misura. Il fenomeno è infatti favorito e accentuato da condizioni anticicloniche con cielo sereno (effetti radiativi) e scarsa ventilazione (effetti avvettivi): il valore dell’Indice UHI diventa pertanto realmente significativo solo al di sopra di una soglia che permetta di distinguere l’effetto dell’urbanizzazione dal “rumore” sinottico. In alternativa lo si può studiare filtrando i dati in funzione del tipo di tempo meteorologico (per esempio in base ad una opportuna selezione di valori di pressione, nuvolosità, precipitazione e vento). In genere l’Indice assume valori massimi dopo il tramonto del sole e minimi durante le ore diurne (quando sono possibili anche valori negativi, figura 1) ed è più accentuato nei mesi freddi rispetto a quelli caldi, ma con ampia variabilità geografica di queste caratteristiche. Inoltre il fenomeno dell’Isola di calore urbana può risultare intensificato durante le ondate di calore, specialmente nelle ore notturne. La figura 3 riassume alcune caratteristiche dell’Indice UHI per Milano per le stazioni di FOMD ubicate in città, calcolato come differenza rispetto alla media di cinque selezionate stazioni extra urbane di ARPA Lombardia: le 8 stazioni di FOMD hanno un comportamento molto simile essendo caratterizzate quasi tutte dalla stessa LCZ (Local Climate Zone 2, “Compact mid-rise”: Oke et al. 2017) e si distinguono principalmente per la loro distanza dal centro città. Strumenti di conoscenza e analisi del fenomeno UHI sono sia i dati delle misure (meteorologiche e urbanistiche) che i modelli in grado di descriverlo: questi ultimi devono necessariamente essere ad altissima risoluzione spaziale, contenere una dettagliata descrizione del tessuto urbano ed essere validati con le osservazioni. Nonostante l’importanza della modellistica ed il suo crescente sviluppo per lo studio del fenomeno, le misure rimangono fondamentali: tuttavia nella letteratura scientifica recente è molto più facile trovare lavori di sperimentazione modellistica che relativi alle misure e alle loro incertezze, in particolare per quelle di natura climatologica. Queste ultime richiedono infatti non solo strumentazione dedicata e distribuita nel territorio (reti) per risolvere i vari ambiti urbanistici, ma anche il mantenimento nel tempo dell’operatività e della qualità e riferibilità del dato: un aspetto molto oneroso e impegnativo, ma in genere poco remunerativo e pertanto destinato più a un servizio che alla ricerca. In passato un ruolo importante in questo senso è stato svolto dagli osservatori storici, quasi tutti posti al centro di grandi città, che oggi consentono la ricostruzione del clima cittadino nell’arco di molti decenni e fino a oltre due secoli (in Italia ricordiamo ad esempio almeno Roma, Milano e Firenze, ma ce ne sono molti altri: il WMO ad oggi ha riconosciuto in Italia 22 Osservatori Centenari). Tuttavia queste serie storiche non bastano a descrivere in dettaglio la complessità urbanistica delle moderne città, specialmente considerando le importanti applicazioni in campo energetico e per la resilienza climatica. Nel mondo non sono molte le municipalità che si sono dotate (e comunque solo in epoche relativamente recenti) di reti meteorologiche urbane dedicate, talvolta derivate da campagne di ricerca scientifica: tra queste basti ricordare, per essere state tra le prime a coniugare ricerca e servizio, almeno Birmingham e Hong Kong. In Italia non esistono analoghe situazioni: in questo senso l’attività di FOMD rappresenta un caso unico, essendosi dotata a partire dal 2010 di una rete dedicata a scala nazionale, oggi forte di una cinquantina di stazioni urbane (Borghi et al., 2014; Frustaci et al., 2017): l’area di Milano in particolare rappresenta un vero

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Energia per l’astronave Terra. Chiamata finale 

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 Le tecnologie per la transizione energetica esistono già, ma il tempo stringe. Abbandonare i combustibili fossili è necessario: la crisi climatica non aspetta. Il libro di Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani ci spiega perché e come possiamo riuscirci. Nuova edizione del bestseller – scritto da Nicola Armaroli (Dirigente di ricerca del CNR) e Vincenzo Balzani (Professore emerito dell’Università di Bologna) – che racconta al grande pubblico la realtà della maggiore transizione energetica della Storia. Le tecnologie che ci servono a completarla sono già a nostra disposizione. Ma il tempo stringe. La 28a conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha riconosciuto la necessità di “abbandonare i combustibili fossili”. Fin dalla prima edizione nel 2008, questo libro spiega perché e come dobbiamo raggiungere questo obiettivo. Bisogna capire che cos’è l’energia: come la produciamo, come la consumiamo e quali sono i suoi impatti sulla salute e sull’ambiente. Il passo successivo è scegliere non se, ma come agire. La decarbonizzazione è già in corso, ma procede troppo lentamente.Non è un problema tecnologico: le rinnovabili sono un settore maturo, così come l’efficientamento energetico. La transizione energetica richiede decisioni e investimenti che non tutti, e non tutti i paesi, sono disposti a fare o hanno la possibilità di fare. Gli interessi in gioco sono molti. Spesso si dà fiducia a “innovazioni green” discutibili, che fanno il gioco dei maggiori inquinatori del pianeta. La crisi climatica, però, non aspetta. Il libro è stato vincitore del premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica e fa parte della collana Chiavi di lettura di Zanichelli. Sono libri autorevoli scritti da personalità di spicco del mondo della scienza. Affrontano temi di rilievo per la realtà contemporanea con un linguaggio chiaro e rigoroso. Mettono in risalto il collegamento tra la storia delle idee e i confini della ricerca, e aiutano a capire come la scienza e la tecnologia influenzano il nostro modo di vivere e di pensare. Inoltre, sono ricchi di spunti in ottica orientativa per i più giovani”.

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Integrazione di dati pluviometrici e satellitari per la simulazione idrologica: analisi della metodologia basata sugli automi cellulari sul bacino del fiume Tanaro

I modelli idrologici rivestono un ruolo centrale nei sistemi di allerta per le alluvioni e nella gestione sostenibile delle risorse idriche, soprattutto nel contesto del cambiamento climatico. Per il loro funzionamento operativo, questi modelli si basano su dati di precipitazione, sia osservati sia previsti, rendendo fondamentale una stima accurata delle piogge e della loro distribuzione spaziale. L’affidabilità delle simulazioni delle portate fluviali dipende infatti dalla precisione di questi dati, poiché l’incertezza nelle previsioni idrologiche è strettamente correlata a quella del campo di precipitazione. Questo legame è dovuto alla complessa relazione non lineare tra la variabilità spazio-temporale delle precipitazioni e il deflusso fluviale. I pluviometri sono comunemente utilizzati come riferimento per stimare le precipitazioni areali (APE, Areal Precipitation Estimation). Tuttavia, la loro rappresentatività spaziale è spesso limitata dalla scarsa densità e dall’irregolare distribuzione delle reti, il che può generare errori significativi nella ricostruzione del campo di pioggia e compromettere l’affidabilità delle simulazioni idrologiche. Inoltre, le reti pluviometriche raramente rispettano gli standard minimi stabiliti dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), a causa di vincoli geomorfologici e climatici locali. In alternativa, le osservazioni satellitari offrono dati di precipitazione spazialmente distribuiti, migliorandone la copertura e la rappresentatività. Per sfruttare al meglio queste informazioni, è necessario utilizzare processi di interpolazione e tecniche di integrazione che ottimizzino la rappresentazione spaziale delle precipitazioni. I dati satellitari forniscono una copertura globale e risultano particolarmente preziosi in aree con una scarsa disponibilità di misurazioni in situ, come le regioni montuose. Tuttavia, anch’essi presentano limiti legati a incertezze su intensità, durata e scala degli eventi precipitativi. Nonostante queste limitazioni, la rappresentazione spaziale dei pattern pluviometrici da satellite rappresenta un’informazione preziosa per i modelli idrologici distribuiti. Questo studio mira a validare l’algoritmo Cellular Automata (CA) (Packard and Wolfram, 1985) per combinare dati pluviometrici e satellitari su bacini di scala medio-piccola e a valutare i benefici dell’integrazione delle diverse tipologie di dato per migliorare le simulazioni idrologiche. La validazione è indiretta in quanto è stato effettuato un confronto tra le portate simulate e quelle osservate per valutare l’efficacia dei dati di precipitazione integrati. Lo studio ha analizzato l’impatto idrologico dell’utilizzo dei campi di precipitazione integrati della rete italiana di pluviometri e del prodotto satellitare IMERG del programma NASA GPM. L’algoritmo Cellular Automata è stato utilizzato per pre-processare i dati di input al fine di integrarli e ricostruire una versione migliorata del campo di precipitazione. L’approccio basato sugli automi cellulari (CA) è stato sperimentato sul bacino del fiume Tanaro, situato nell’Italia nord-occidentale, uno dei principali affluenti del fiume Po. Questo bacino si distingue per la sua estensione di 276 km in lunghezza e 8.324 km² di superficie, con una portata media di 123 m³/s. Storicamente, il Tanaro è stato soggetto a numerosi eventi di piena severi: dal 1801 al 2001 si sono registrate almeno 136 inondazioni significative. Questa variabilità nel valore di portata rende il bacino un’area ideale di studio per testare l’approccio proposto. Il metodo è stato applicato a tre differenti casi studio relativi ad eventi alluvionali avvenuti tra novembre e dicembre 2014. Caratteristiche dei dati utilizzati Il dato pluviometrico è generalmente associato a un’area di influenza attribuita alla rete di pluviometri. In particolare, ogni pluviometro viene considerato al centro di un’area di influenza circolare di raggio R (raggio di influenza). Secondo Shi et al. (2020), il valore di R può essere calcolato tenendo conto anche della distanza media tra le stazioni pluviometriche e viene espresso dalla seguente relazione:R= √(S/N) (1)dove S è la superficie del bacino considerato, mentre N è il numero di pluviometri che ricadono nel bacino. Una copertura adeguata della rete pluviometrica richiede che il raggio medio R sia almeno comparabile con la variabilità spaziale delle precipitazioni. Nel caso del bacino del fiume Tanaro, con una superficie S nota e 73 pluviometri, N, la distanza media tra le stazioni è di circa 11 km, sebbene la distribuzione delle stazioni non sia uniforme. Per migliorare l’analisi, nelle simulazioni idrologiche, sono stati selezionati diversi valori di R. La figura 1 ci offre una visualizzazione chiara di come la rete pluviometrica copre il bacino del Tanaro quando si considera un raggio di influenza di 5 km. Il prodotto di precipitazione satellitare utilizzato in questo studio è il Global Precipitation Measurement (GPM) Integrated Multi-satellitE Retrievals for GPM (IMERG). I dati forniscono stime di precipitazione quasi globali (60°N–60°S) combinando misurazioni da radiometri a microonde passivi (PMW) comprendenti la costellazione satellitare GPM Low Earth Orbit (LEO) e sensori geostazionari (GEO) a infrarossi (IR). Il prodotto IMERG è disponibile anche in una versione di ricerca post-real-time, denominata IMERG Final, che integra l’analisi mensile dei dati pluviometrici per migliorarne la precisione (Huffman et al., 2018; O et al., 2017). In questo studio sono state utilizzate stime di tasso di pioggia con risoluzione temporale di 30 minuti e spaziale di 0.1° x 0.1° (circa 10 km x 10 km), appartenenti alla versione 5 di IMERG Final. Sono stati impiegati sia i dati non calibrati (UNCAL) sia quelli calibrati (CAL), dove i dati pluviometrici mensili vengono integrati per correggere eventuali distorsioni, garantendo una rappresentazione più accurata delle precipitazioni. I dati di portata osservati sono fondamentali per valutare l’output dei modelli idrologici in risposta a diversi scenari di precipitazione. Tuttavia, l’uso di modelli idrologici deterministici presenta alcune criticità, tra cui la necessità di disporre di serie temporali lunghe e complete, spesso non disponibili, soprattutto nei piccoli corsi d’acqua stagionali generalmente privi di strumentazione. La mancanza di dati sulla gestione artificiale delle acque rappresenta un’ulteriore sfida, rendendo difficile la validazione dei modelli nei bacini fortemente antropizzati. In questi casi, i modelli simulano la portata naturale del fiume senza tenere conto dell’influenza di strutture artificiali. Inoltre, le stime delle portate fluviali sono soggette a significative incertezze dovute a fattori come l’interpolazione ed estrapolazione delle curve di deflusso, condizioni di flusso instabile e variazioni stagionali della rugosità del letto del fiume (Di Baldassarre e Claps, 2011). Per questo studio, sono state selezionate otto stazioni con lunghe serie temporali di dati di portata relative al 2014. Queste stazioni, distribuite strategicamente nel bacino del fiume Tanaro

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Andrea Baroni Venditti

Andrea Baroni, il Cavaliere delle rose e delle nuvole (2° edizione)

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 Il libro di Annalisa Venditti su Andrea Baroni, generale dell’Aeronautica Militare e meteorologo televisivo che raccoglie i ricordi del suo passato. La storia di una ricerca, lo scavo per un’indagine che non si è conclusa con la sua prima pubblicazione. Il generale Andrea Baroni, che in molti ricordano come uno dei più famosi meteorologi televisivi, ha aperto la cassaforte dei suoi ricordi a una giornalista, da anni impegnata nello studio della vicenda degli IMI, i militari italiani internati nei lager tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Due generazioni a confronto sedute al banco della Storia: le dividevano infatti sessant’anni, ma le accomunano una grande affinità e la passione per i colpi di scena della vita. Per la prima volta nella sua vita, durante l’intervista con l’autrice Annalisa Venditti, Andrea Baroni, ha deciso di mettere nero su bianco i ricordi della sua prigionia in Germania e i fatti che, come in un romanzo, determinarono il suo rientro in Patria. È un diario successivo alla guerra, riemerso dalla mente di un uomo di più di novant’anni: una narrazione strutturata, ricca di particolari a tratti cinematografici. Questo libro (Giunti Editorie) è la storia di una ricerca e dei suoi metodi, lo scavo per un’indagine che non si è conclusa con la sua prima pubblicazione. I risultati successivi vengono qui presentati per la prima volta. Emergono le tracce indelebili di un passato recente, impresso nella piastrina di metallo del lager, nei documenti rinvenuti in una cartella “dimenticata” per decenni e negli oggetti ricevuti in dono dal sorriso di una donna, quando la vita trasformò Andrea Baroni nel Cavaliere delle rose. Andrea Baroni (Fabriano 1914 – Roma 2014), generale dell’Aeronautica Militare, è stato insieme al collega di pari grado Edmondo Bernacca uno dei pionieri della divulgazione meteorologica, in particolare televisiva. I tanti anni trascorsi alla conduzione della rubrica “Che tempo fa” l’hanno reso un personaggio molto amato della nostra tv, signore del buono e del cattivo tempo. Il 16 novembre del 2010 ha ricevuto la “Medaglia d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti 1943-1945”, concessa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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Intervista Tullio Degiacomi

La sezione studenti intervista…Tullio Degiacomi

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 Nell’ultimo numero della Newsletter intervistiamo Tullio Degiacomi, ex studente triennale dell’Università di Trento ed ex studente magistrale dell’Università di Trento e Innsbruck, attualmente Weather Data Scientist presso Hypermeteo. Caro Tullio, ci racconti come ti sei avvicinato al mondo della meteorologia? Sicuramente ho sempre avuto sin da bambino una grande attrazione per i fenomeni naturali e gli ambienti naturali ostili, in primis l’alta montagna. Probabilmente è la passione per l’alta montagna, la neve e i ghiacciai che mi ha spinto poi a seguire questo percorso. Quando mi sono iscritto al Master a Trento ero infatti molto più attratto dalla meteorologia alpina e dallo studio della criosfera. Durante il corso ho poi nettamente allargato i miei orizzonti e capito che ogni argomento nuovo legato alla meteorologia o alla climatologia mi suscitava un’enorme curiosità. Come valuti l’esperienza del programma di doppia laurea? L’esperienza del programma di doppia laurea tra Trento e Innsbruck è stata per me molto formativa, sia dal punto di vista professionale, che da quello umano.Il percorso di studi secondo me è ottimo, in due anni offre una preparazione solida e di alto livello, mi sento di consigliarlo. Il primo anno a Trento copre molti rami diversi delle scienze dell’atmosfera e ambientali, permettendo di acquisire competenze trasversali. Se durante il percorso di studi non ho sicuramente avuto lo stesso livello di interesse verso tutti i corsi, devo ammettere che l’interdisciplinarietà si è rivelata spesso un plus nella mia attività lavorativa. Il semestre a Innsbruck invece presenta molti corsi a scelta in cui ognuno può approfondire i propri interessi personali.Anche alla luce dell’esperienza dei miei compagni di corso, posso dire che abbiamo sempre ottenuto riscontri postlaurea positivi nel mondo del lavoro e della ricerca. Inoltre, so che il corso ha subito dei perfezionamenti in questi tre anni. Ritieni di aver acquisito strumenti e capacità essenziali durante il periodo all’estero? Penso che un periodo all’estero sia in ogni caso un’esperienza che lascia qualcosa. Sfortunatamente ho trascorso il semestre a Innsbruck nel periodo Covid, in cui l’attività Universitaria era molto limitata. Questo non mi ha permesso di godere al massimo di questa opportunità. Nonostante ciò, ho potuto comparare due realtà universitarie differenti, in cui le competenze dei professori si completavano e le metodologie di insegnamento e apprendimento erano molto diverse. Inoltre, il dipartimento di scienze dell’atmosfera dell’Università di Innsbruck esiste da molti anni e i professori sono molto preparati. Per quanto riguarda l’apprendimento di concetti di meteorologia e climatologia, nel semestre a Innsbruck ho potuto frequentare corsi molto “di nicchia”, come Mountain Meteorology, che ho veramente apprezzato e che mi hanno portato ad acquisire conoscenze fondamentali per il mio lavoro di tesi, svolto a Trento. Di cosa ti occupi al momento in Hypermeteo? In Hypermeteo mi occupo di vari ambiti, principalmente della gestione e degli sviluppi della catena previsionale a breve-medio termine, quindi soprattutto di attività modellistica, e dello sviluppo di scenari climatici. La mia attività lavorativa è quindi parecchio incentrata sulla programmazione. È però molto varia di settimana in settimana, poiché capita di ricevere richieste di servizi tra loro molto differenti e che necessitano di approfondire argomenti per me spesso del tutto nuovi. Questo è sicuramente un aspetto molto positivo del mio lavoro in Hypermeteo, che mi permette di affrontare ogni settimana con curiosità e nuovi stimoli e che, soprattutto, mi ha fatto comprendere quanto la meteorologia e il cambiamento climatico abbiano un impatto enorme su moltissime attività di rilievo. Come vedi il futuro dell’informazione e della condivisione di dati meteorologici in Italia? Il futuro dell’informazione e della condivisione di dati meteorologici in Italia appare molto promettente e ricco di opportunità: con l’avvento di ItaliaMeteo e lo sviluppo del portale open data si sta finalmente facendo quel cambio di passo di cui si necessitava da anni, rendendo i dati accessibili a tutti e gestiti con metodo e coordinamento. Dal mio punto di vista, ad esempio, poter aver accesso a un modello come ICON a 2 km circa di risoluzione sul territorio italiano, o poter utilizzare il gran numero di misure di stazioni al suolo presenti in Italia, è una risorsa fondamentale per migliorare i servizi sviluppati anche nel settore privato, oltre ad essere uno strumento utile anche per il mondo della ricerca. Nonostante ciò, per quel che ho sperimentato nella mia esperienza lavorativa quotidiana, noto ancora alcuni ostacoli rispetto ad una politica di open data da parte di alcuni enti. Penso quindi che ci sia ancora molto lavoro da fare, ma che si debba essere molto ottimisti perché la situazione nei prossimi anni, in Italia, potrà solo migliorare. In ogni caso, mi auguro che si segua la strada intrapresa, con un sempre crescente coordinamento di tutte le informazioni riguardanti la meteorologia e climatologia e una totale condivisione dei dati. Il cambiamento climatico corre veloce e penso che questi due step siano fondamentali per una migliore gestione di tutte le problematiche a cui dovremo far fronte nei prossimi decenni. Auspichi ad una maggiore sinergia tra gli enti meteorologici pubblici e privati? Penso che questa domanda sia strettamente connessa alla precedente. La sinergia tra pubblico e privato infatti sarà notevolmente influenzata da come in Italia verranno affrontati i temi dell’informazione e della condivisione di questa informazione nei prossimi anni. Ovviamente, penso che una maggiore sinergia tra enti meteorologici pubblici e privati possa solo apportare un contributo positivo alla nostra società, soprattutto perché i loro ruoli e le loro competenze sono spesso molto complementari. Studente promettente e grande professionista, avevi valutato l’opzione di svolgere un dottorato di ricerca? Devo ammettere che quando mi sono approcciato al mondo della meteorologia e climatologia avevo considerato la possibilità di continuare i miei studi con un dottorato: la ricerca mi ha sempre affascinato. Alla fine del percorso di studi ho però capito che non ero pronto per un dottorato perché in quel momento l’accademia era per me, probabilmente, un mondo un po’ stressante. Inoltre, ho preferito guardare fuori dal mondo accademico, cercando un’occupazione che mi facesse anche comprendere quanto la

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