Approfondimenti

Meteo e scienza dietro Twister (1997)

Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno affrontato una serie di tornado devastanti che hanno causato danni significativi e vittime in diverse regioni. Solo nell’ultimo mese, circa 90 tornado hanno colpito il Midwest, con particolare intensità negli stati dell’Arkansas e del Missouri. Questi eventi estremi sono una manifestazione dell’enorme energia atmosferica in gioco nelle dinamiche meteorologiche della regione. I tornado, noti anche come trombe d’aria, sono vortici d’aria in rapida rotazione che si estendono dalla base di un temporale fino al suolo. Si generano quando masse d’aria calda e umida si scontrano con aria fredda e secca, innescando potenti correnti ascensionali. La rotazione può essere favorita dalla presenza di un wind shear, ovvero una variazione della velocità e della direzione del vento con la quota. Per misurare l’intensità di questi fenomeni si utilizza la scala Fujita (o Enhanced Fujita Scale, nella sua versione aggiornata), che associa la velocità del vento ai danni provocati al suolo. I tornado più intensi possono raggiungere velocità superiori ai 300 km/h, con effetti devastanti su edifici e infrastrutture. Negli Stati Uniti, la Tornado Alley – un’area che comprende Texas, Oklahoma, Kansas e Nebraska – è la regione più colpita da questi fenomeni a causa della forte convergenza di masse d’aria contrastanti. Il film Twister (1997) ha portato sul grande schermo la caccia ai tornado, affascinando il pubblico con effetti speciali all’avanguardia e una narrazione coinvolgente. La pellicola segue un gruppo di cacciatori di tempeste che cercano di studiare i tornado attraverso un dispositivo chiamato Dorothy, ispirato al vero progetto TOTO (Totable Tornado Observatory), sviluppato nei primi anni ’80. Sebbene TOTO non abbia mai raccolto dati significativi, il film ha aumentato l’interesse del pubblico sulla ricerca meteorologica e sulla necessità di migliorare le previsioni di questi eventi estremi. Tuttavia, alcune scene del film presentano un’immagine esagerata della realtà: Nonostante alcune licenze cinematografiche, Twister ha contribuito a diffondere la cultura meteorologica e ha ispirato molti a intraprendere carriere nella fisica dell’atmosfera o nella caccia ai tornado. Inoltre, ha incrementato la consapevolezza pubblica sull’importanza di adottare misure di sicurezza in caso di emergenza. Nel 2024 è uscito il sequel, Twisters, con nuove scene spettacolari e tecnologie aggiornate per lo studio dei tornado. Sebbene l’elemento spettacolare rimanga preponderante, il film offre alcuni spunti di riflessione sulle moderne strategie di previsione e analisi di questi fenomeni estremi. Una cosa è certa: la fascinazione per i tornado continua a essere forte, sia nella realtà che nella finzione.

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Realtà e parole: un rapporto magari non facile, ma, vitale

Patrizia Favaron Antefatto Realtà e parole: Se non ti piace il giallo, puoi sempre dire che si chiama viola. Magari, se hai abbastanza follower, qualche altra persona si aggiungerà a te e dirà qualcosa del tipo “In effetti sembra giallo, ma è viola! Che cucù che sono, a non averlo notato io prima!” Intanto il giallo, pervicacemente, resterà giallo. Certo, dirà qualcuno, in fondo è tutta una questione di definizioni, e chiamare qualcosa di percettivamente complicato come “giallo” oppure “viola” è una mera convenzione. Magari, nei nostri cervelli, lo stesso colore evoca sensazioni diversissime e non confrontabili, oppure … Intanto, sottoposto ad un’accurata misura di frequenza, il colore di un limone rimane esattamente quello di prima, indipendentemente da come io, o un’ipotetica maggioranza, lo voglia chiamare. Il mondo fisico è fatto così: di duri fatti. Se i fatti sono “spiacevoli”, negarli o non nominarli non ne sposterà di un millimetro il peso. Di questi tempi, la notizia non vi sarà sfuggita, negli States l’attuale amministrazione ha bandito dai documenti ufficiali una lunghissima lista di parole e locuzioni. Tra queste, “Climate Change”. Sperando, immagino, che non parlandone ufficialmente il cambiamento climatico smetterà di far guai. L’atteggiamento mi ricorda quello di un gruppo di bimbe e bimbi piccoli che avevo veduto giocare a nascondino qualche tempo fa: si celavano dietro alberelli sottilissimi, cuccioli di piante che fatte le debite proporzioni di età erano più piccoli di loro e, non vedendo da lì gli altri e le altre, credevano di essere nascosti. Quando, invece, erano praticamente in piena vista. (La versione trumpiana di questo atteggiamento è ancora più radicale: per nascondersi sarebbe sufficiente mettersi la mano davanti agli occhi, e, voilà! Tutti i problemi, e i TIR fermi al semaforo davanti alle strisce pedonali, scompaiono, nello stesso preciso momento in cui noi scompariamo a loro.) La scelta, o la soppressione, dei pensieri e delle parole è un atto politico, e così, scusatemi, questo articolo politico finirà con l’esserlo. Del resto non può non esserlo, dal momento che parla di (meteorologia) cose accademiche e industriali. E dal momento che qui siamo, tutte e tutti, persone di scienza (in tutte le declinazioni possibili), credo valga la pena di andare un poco più a fondo. “Verità”, e non Le verità scientifiche Vediamo di capirci sin da subito. Noi fisici e fisiche (in senso molto inclusivo: qualche secolo fa avrei magari detto “scienziati e scienziate naturali”) non pronunciamo delle verità assolute. Non è, questo, il nostro compito. Più modestamente, procediamo così: Quindi, nel “vero” delle fisiche non c’è nulla di assoluto. Magari qualcuna si sveglia con un’ipotesi migliore della tua, e la tua finisce seppellita per sempre nel cassetto di qualche mostruoso datacenter. C’è un altro punto: tra la formulazione di un’ipotesi e la sua accettazione da parte della comunità scientifica passano anni. Vediamo di riassumere. Le verità scientifiche sono: Con tutte queste caratteristiche, per quali motivi un Paese dovrebbe (scusate la brutalità) cacciare del denaro per occuparsene? Qui la mia lista. Parziale. Limitandomi, appunto, ad alcuni fatti brutali: Verità assolute (ed altre “post-verità”) La costruzione, o il consumo, delle proprie “verità” da parte della gente comune è molto diverso da quello della scienza. Nei modi, come nei fini. Scopo della “verità”, in questa accezione, è di stabilire confini entro i quali collocare il lecito, il desiderabile, il “buono”. Abbastanza plausibili da far sì che questi confini siano ragionevolmente solidi, e proteggano da ciò che sta “fuori”. L’Incognito. L’Altro. Il Nemico. Non è necessario che questo tipo di “verità” abbia qualche aggancio nella realtà: è sufficiente che vi si possa riconoscere. E che le affermazioni compiute in suo nome siano sufficienti non già per prevedere scenari futuri (cosa ben poco efficace per tutelare il proprio bozzolo protetto), ma per giustificare quanto accaduto in passato, darne una spiegazione, magari ingoiarne la supposta inevitabilità. Inventerà, così, capri espiatori, nemici immaginari perseguitando i quali certamente tutto riprenderà a funzionare. O come, seicentoventimilatrentotto anni fa, quelli della tribù di …, che inventarono la tremendissima divinità Balù Balù, artefice a loro dire di tutto ciò che accadeva, in buona sostanza indifferente a quegli sputi solidificati che sono gli umani, e che però ci si poteva ingraziare con preghiere e sacrifici vari. Insomma: un surrogato di controllo. Su questo punto tornerò tra breve. Qui, per adesso, mi accontento di constatare un elemento a mio giudizio importante: la verità secondo il popolo minuto non ha alcun obbligo di confrontarsi con i fatti. Basta sia accettabile. Che fornisca un’immagine di sé nella quale anche chi si trovi in condizioni di miseria e deprivazione riesca a vedersi grande. Perché, non dimentichiamolo, questa è una società patriarcale, che si nutre disperatamente dell’illusione del proprio “valore”, e che obbliga ciascuno, ciascuna ad occupare un posto preciso in un supposto “ordine di beccata”. Come si trasmettono le “verità del popolo”? Dall’alto in basso. I sacerdoti di qualche religione (divina o laica) promanano un dogma, e la plebe lo fa suo. Lo rielabora magari, aggiungendovi qualcosa (non troppo però, per carità!). La “verità” si propaga di bocca in bocca, di anima in anima, seguendo linee di prestigio decrescente. Volontà, e illusione, di potenza: una radice della paura nella scienza? “Io! Io! Io!” Importante esserci. Nel senso di apparire. Parlare, magari senza dire nulla, ma sincerandosi di farlo ad alta voce. Oltre all’accettare in modo acritico “verità” tagliate su misura, c’è anche quest’elemento. L’educazione (chiamiamola così) ad “emergere” ad ogni costo, a scapito delle altre persone, in una competizione da tagliatore… fondata sul nulla. Sulla sistematica sopravvalutazione delle proprie presunte capacità, e sulla loro sovraesposizione. In una continua, quanto improduttiva, self-storytelling. In perfetta buona fede. Immaginando il proprio diritto ad “un posto al Sole”. E nella segreta consapevolezza che, forse, tutto quel valore così attivamente sbandierato, in realtà, non è poi così grande. Che uno scrutinio appena più che attento lo smaschererebbe. Che in un auspicabilmente lontano conflitto bellico, il loro posto sarà nel fango delle trincee, come carne da cannone, spendibile. Lo immaginate, che cosa desidera sentirsi dire questo

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Intervista con: Tiziano Tirabassi

Patrizia Favaron Chi sia Tiziano Tirabassi, quasi non c’è bisogno lo dica proprio io. Dirigente di ricerca di CNR-ISAC per molti anni. Ricercatore, e insegnante, in Università italiane e brasiliane. Famosi i suoi lavori nel campo dei modelli di dispersione, e, una delle (poche) persone che hanno integrato in modo diretto le equazioni di avvezione-diffusione (cosa che io, in un articolo di qualche tempo fa, avevo un po’ frettolosamente etichettato come “impossibile”). Soprattutto, uno di noi: socio AISAM, e grande appassionato di meteorologia. Qui di seguito il testo dell’intervista che ci ha rilasciato: vale la pena di leggerla. Credo proprio possa essere di ispirazione alle persone giovani che si affacciano al mondo della meteorologia, o vorrebbero farlo. Buona lettura. 😊 D: Come è cominciato tutto? R: Come ricercatore sono nato all’ISAC, che allora non si chiamava così ma era una sezione a Bologna  dell’Istituto di Fisica dell’Atmosfera che aveva sede a Roma. Li ho fatto la mia tesi di laurea come studente della facoltà di fisica dell’università di Bologna, dove, a quel tempo (siamo all’inizio degli anni ’70), si teneva l’unico corso in Italia di Fisica dell’Atmosfera. Il corso era tenuto da Ottavio Vittori, in seguito fondatore del FISBAT, precursore dell’attuale ISAC e primo incontro fondamentale per la mia futura attività di ricerca. La mia ricerca in quel periodo era tecnico-sperimentale. Appartenevo a un gruppo, coordinato da Giorgio Giovanelli, in cui si stava progettando un nuovo spettrometro a maschera di correlazione e lo si utilizzava per misurare gas in atmosfera su lunghi percorsi ottici. D: Come sei passato, poi, alla ricerca di base e alla modellistica? E, perché? R: Misurando il gas in atmosfera e partecipando a numerose campagne di misura, anche in ambito europeo, ho cominciato ad interessarmi all’interpretazione delle misure che facevo e quindi alla dispersione di gas e particelle in atmosfera. E mentre studiavo quest’aspetto ho avuto un altro incontro importantissimo. Per circostanze fortuite sono venuto in contatto e ho stretto amicizia con una persona veramente geniale: Renzo Lupini.  Con lui ho iniziato a mettere a punto approssimazioni analitiche per descrivere il trasporto e la diffusione turbolenta in atmosfera. È un approccio che mi ha subito appassionato, perché occorre semplificare e approssimare. Per semplificare è necessario capire il profondo significato di quello che stai affrontando. Non sono arrivato subito alla soluzione dell’equazione di diffusione (allora non immaginavo nemmeno che molti anni dopo ci sarei arrivato) ma erano comunque formula analitiche che approssimavano molto bene i fenomeni Per esempio uno dei risultati che abbiamo ottenuto e quello di descrivere il trasporto e diffusione attraverso una espressione che era sviluppo in serie dei vari momenti della concentrazione. Abbiamo costruito un modello fermandoci al momento quarto. Abbiamo anche trovato una soluzione che minimizzava la soluzione esatta e una che la massimizzava ed utilizzammo una combinazione delle due, ottimizzando la combinazione sia con un approccio concettuale che empiricamente Poi sempre per motivi indipendenti dal nostro lavoro, le nostre strade si sono divise ed io ho continuato da solo cercando di approfondire e migliorare l’approccio analitico. Per esempio ho utilizzato una soluzione proposta da Yeh e Huang (due cinesi americani) in cui i profili del vento e del coefficiente di diffusione erano espressi con leggi di potenza. La mia ricerca si indirizzava a come approssimare profili reali con questi ultimi per ottimizzare la soluzione. Per ben ottimizzare occorre conoscere al meglio il fenomeno che si vuole descrivere.  Mi hanno confermato le scelte che avevo fatto e rafforzato la soddisfazione nel mio lavoro altri incontri successivi che ho fatto. Nel 1986 ho partecipato a un famoso Congresso a San Pietroburgo (URSS), dove per la prima volta i maggiori esperti americani si confrontavano con i colleghi russi. I russi erano molto più attenti all’approccio analitico che gli americani, a causa sia di un cultura matematica più pronunciata che alla carenza di strumenti per il calcolo numerico. Fu allora che ho conosciuto M. Y. Berlyand, fondatore del dipartimento Atmospheric Diffusion and Air Pollution Investigation presso il Main Geophysical Observatory (MGO), una persona affabile, simpaticamente allegra e con un atteggiamento matematico e pratico. Alla  caduta dell’URSS, Berlyand a chiesto aiuto a me e al mio collega Tagliazucca per potere lasciare l’URSS e noi lo invitammo a Bologna all’ISAC, con un contratto di ricerca. È stato molto bello averlo con noi, poi andò definitivamente negli Stati Uniti. F.B. Smith, coautore con Pasquill di un famoso libro negli anni ’80, che ho incontrato varie volte (nell’atteggiamento era un perfetto inglese) ed è stato un insegnante in un corso internazionale presso lo ICTP (International Centre for Theoretical Physics) di Trieste, che io ho diretto, aveva molta considerazione dell’approccio analitico e aveva la grande capacità di approssimare  e di considerare l’essenziale dei problemi affrontati. Medesimo atteggiamento aveva A. P. van Ulden, condirettore con me nel 1994 di un altro corso internazionale presso lo ICTP. Con lui ho discusso molte volte e ho anche costruito un modello di dispersione a puff (chiamato SPM) utilizzando una soluzione approssimata da lui proposta. Tutti incontri che hanno convalidato le mie scelte e mi hanno dato entusiasmo a continuare le mie ricerche con grande determinazione. D: E dunque hai applicato i tuoi risultati in modelli di diffusione… R: Naturalmente ho costruito molti modelli con cui ho partecipato a workshop dove venivano confrontate la capacità dei modelli a rappresentare situazioni reali. Ho costruito vari modelli, tra i quali: Utilizzavo i modelli con datasets internazionali per testarne le capacità e partecipavo a workshop in cui si confrontavano i modelli proposti e si discuteva sulle modalità statistiche da utilizzare per i confronti. Tuttavia, non amavo applicare i modelli per casi reali di controllo ambientale, sono sempre stato attratto dalla ricerca di base.  Tuttavia  l’ho fatto varie volte sia in Italia che all’estero, perché o non potevo rifiutarlo o per ottenere finanziamenti D: Hai avuto altre collaborazioni anche al di fuori del tuo campo specifico? R: Ho incontrato Paolo Zannetti (famoso in Italia anche per il suo bel libro Air Pollution Modeling, in cui sono citate le mie ricerche  con Renzo Lupini) in un congresso negli Stati Uniti (che frequentavo

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La modellistica meteorologica italiana si incontra: una giornata ad ItaliaMeteo 

Articolo tratto dalla Newsletter n° 021 di marzo 2025 Il 19 febbraio si è svolto a Bologna, presso la Terza Torre della Regione Emilia-Romagna, il primo incontro in presenza dedicato al coordinamento della modellistica meteorologica italiana, organizzato da Agenzia ItaliaMeteo. Questo incontro rappresenta un passo importante con il quale l’Agenzia mira a realizzare il suo compito di coordinamento e armonizzazione delle diverse realtà operanti nel settore. In particolare, l’evento ha coinvolto coloro che si occupano dello sviluppo e del mantenimento operativo di modelli numerici previsionali da Agenzie ed Enti da tutta Italia. La risposta della comunità scientifica è stata particolarmente positiva, con la partecipazione di 63 persone in presenza e 20 da remoto. L’evento, tenutosi in modalità ibrida, ha permesso di coinvolgere anche colleghi geograficamente distanti, favorendo un confronto inclusivo e aperto.  L’incontro ha fatto seguito a una prima riunione online in cui è stata effettuata una ricognizione dei principali sistemi modellistici utilizzati in Italia: ICON, WRF e MOLOCH. Da questa ricognizione è emersa la volontà da parte dell’Agenzia ItaliaMeteo di promuovere un coordinamento strutturato delle attività modellistiche nazionali.  L’organizzazione dell’incontro dedicato alla modellistica meteorologica italiana La giornata dedicata alla modellistica meteorologica italiana si è aperta con un intervento introduttivo del Direttore di ItaliaMeteo, Carlo Cacciamani, che ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra coloro che si occupano di modellistica previsionale per ottimizzare e valorizzare le capacità distribuite in tutta Italia. Cacciamani ha anche espresso la volontà di costituire il Tavolo di Coordinamento Permanente della Modellistica Numerica.  È stata poi la volta di una breve introduzione sull’attività operativa, di ricerca e di sviluppo dell’Agenzia ItaliaMeteo. Il sistema modellistico di riferimento per l’Agenzia, basato sul modello ICON (www.icon-model.org, www.cosmo-model.org), si distingue per la sua consolidata collaborazione internazionale e per l’elevato livello di portabilità su sistemi HPC (High-Performance Computing), sia su processori standard che grafici. Una caratteristica fondamentale di ICON è la sua capacità di simulazione dei fenomeni atmosferici su diverse scale spaziali (dal globale al LES – Large Eddy Simulation) e temporali (dalle previsioni a breve termine a simulazioni climatologiche), garantendo prestazioni ottimali nelle verifiche comparative.  La situazione del sistema previsionale ad alta risoluzione Il sistema previsionale ad alta risoluzione italiano, ICON-2I, è attualmente operativo sui cluster HPC del Cineca grazie a risorse messe a disposizione dall’Agenzia. Lo sviluppo della catena modellistica, basata sul sistema modellistico sviluppato negli anni da Arpae Emilia-Romagna, è frutto della collaborazione tra ItaliaMeteo, Arpae Emilia-Romagna e Cineca, con il supporto degli enti del Consorzio COSMO. La catena previsionale è costituita da due corse giornaliere con previsioni fino a 3 giorni, da una corsa di ensemble di 20 membri, che permette di stimare l’incertezza dei fenomeni che si prevedono, e da corse con frequenza trioraria con previsioni fino a 24 ore, importanti in fase di monitoraggio. Le condizioni iniziali di tutte le catene previsionali sono fornite dal sistema di assimilazione dati KENDA (Kilometer-scale Ensemble Data Assimilation), basato su un metodo di ensemble Kalman filter mediante il quale vengono assimilate osservazioni da stazioni al suolo, radiosondaggi, aerei e radar.  Nel corso del 2025, inoltre, è prevista l’attivazione del nuovo sistema HPC dedicato ad ItaliaMeteo, che l’Agenzia ha fortemente voluto e finanziato, che consentirà di incrementare decisamente le capacità di calcolo e, di conseguenza, di migliorare le tempistiche e l’affidabilità della produzione, nonché la qualità del modello grazie al potenziamento dello sviluppo.  Le forme di collaborazione favorite da ItaliaMeteo ItaliaMeteo intende promuovere forme di collaborazione aperte con tutti i soggetti interessati, favorendo la partecipazione su temi comuni attraverso diverse modalità:  Per perseguire questo obiettivo, sono stati istituiti gruppi di lavoro su tematiche di rilievo, tra cui:  La conclusione dell’incontro I presenti all’incontro dedicato alla modellistica meteorologica italiana si sono quindi suddivisi nei diversi gruppi, utilizzando anche il momento del pranzo come occasione di confronto e di scambio di idee. All’interno dei singoli gruppi sono scaturite idee per progetti quali la rianalisi, all’interno del gruppo di assimilazione, e la visualizzazione dei prodotti previsionali nel gruppo dell’implementazione operativa. Per altri gruppi, come quello di verifica, nowcasting e utilizzo dei dati osservativi, la prima fase è stata una ricognizione dei sistemi presenti operativamente per cercare di definire come ottimizzare le risorse già presenti sul territorio. Il gruppo di sviluppo del modello ha lavorato attivamente focalizzandosi su alcuni temi che verranno studiati in attività in collaborazione quali la previsione in ambito urbano, lo studio della microfisica e la definizione di un insieme di casi studio comuni per il confronto dei risultati. L’incontro dedicato alla modellistica meteorologica italiana si è concluso con una sessione plenaria di sintesi delle discussioni e delle azioni che saranno intraprese dai singoli gruppi. Il filo conduttore degli interventi, sia nell’assemblea plenaria che nei diversi gruppi, è stato la ricerca di sinergie progettuali su temi di interesse comune, con particolare attenzione alla complementarità tra le diverse tecnologie modellistiche.  Questo incontro rappresenta una prima tappa fondamentale nel percorso di collaborazione tra le diverse Agenzie ed Enti operanti nel settore. Questa giornata, che si prevede diventi un appuntamento annuale, sarà affiancata dall’attività continuativa dei gruppi di lavoro che si incontreranno con modalità e frequenza definite autonomamente per discutere dei temi proposti.  Virginia Poli(Agenzia ItaliaMeteo e Arpae Emilia-Romagna) Thomas Gastaldo (Agenzia ItaliaMeteo e Arpae Emilia-Romagna)  Chiara Marsigli (Arpae Emilia-Romagna) 

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Nuvole Bianche, Tramonti Rossi e Cieli Blu, colori nel cielo.

Se l’aria è trasparente, come fa il cielo ad emozionarci con una palette di colori cosi estroversa? Per provare a rispondere a questa domanda dobbiamo prima dare uno sguardo a cosa da il colore della luce che dipinge il mondo attorno a noi. Se siete mai stati in una stanza illuminata da una lampadina colorata sapete che il colore degli oggetti cambia a seconda della luce che li illumina, se una foglia in una stanza buia viene illuminata da una luce rossa, non saremo in grado di riconoscerne il colore originale e ci sembrerà nera. Sappiamo anche che con una lampadina normale tutti gli oggetti ci appaiono con i loro colori “normali”. Questo perchè usiamo una fonte luminosa che emette una luce bianca, che non è altro che un modo poco chiaro per dire che all’interno di questa luce tutti i colori sono mischiati insieme. I diversi colori però si possono separare, basta un pezzo di vetro formato in modo molto preciso chiamato prisma. La ragione per cui un prisma è capace di separare quella massa aggrovigliata di colori che è la luce bianca è perchè diversi colori hanno diverse lunghezze d’onda. É un fatto molto poco intuitivo che la radiazione si comporti (almeno alcune volte) come un’onda, e la distanza tra due creste successive di questa onda viene chiamata lunghezza d’onda. In natura esistono radiazioni per un numero enorme di lunghezze d’onda, ma l’evoluzione ci ha portato ad essere capaci di vedere solo una parte, quella che passa più facilmente attraverso l’atmosfera, ovvero quella che viene chiamata radiazione visibile e che si divide nei diversi colori che tutti conosciamo. La radiazione visibile ha lunghezze che vanno dai 380 nm ai 750 nm, ovvero nanometri (un milione di volte piu piccoli di un millimetro) e ai nostri occhi appare in tutti i colori dell’arcobaleno: dal blu per le lunghezze piu piccole al rosso per quelle piu grandi. Siccome la radiazione ha quindi una certa dimensione ed interagisce in modo differente con oggetti di diverse dimensioni: se incontra un oggetto troppo grande, come uno specchio, verrà rimbalzata, al contrario le interazioni con oggetti troppo piccoli rispetto alla lunghezza d’onda sono piu casuali, l’onda viene dispersa in tutte le direzioni. Questi meccanismi in gergo da fisici vengono chiamati scattering e hanno il nome degli scienziati che hanno contribuito a scoprirne il funzionamento: Rayleigh e Mie. Scattering di Rayleigh: è quello che succede con le molecole che sono la cosa piu piccola presente nell’atmosfera, N2 e che costituisce il 70% dell’atmosfera ha un diametro di circa 0.3 nm. Questo meccanismo riflette la radiazione in tutte le direzioni ed è piu efficace per lunghezza d’onda piu piccole, cioè la luce blu. Questo spiega perchè il cielo del nostro pianeta è per la maggio parte blu! Quando guardiamo il cielo senza fissare direttamente il sole (cosa che mi sento di sconsigliarvi) stiamo osservando una radiazione che non è diretta ma è stata “rimbalzata” dalle molecole nell’aria. Siccome le lunghezze d’onda verso il blu rimbalzano molto piu facilmente noi vediamo il cielo di questo colore. Per convincersi ulteriormente possiamo notare che se osserviamo il colore del cielo attorno al sole, vediamo che quest’ultimo è bianco, qui infatti stiamo osservando luce che viene per lo più direttamente dal sole e quindi è bianca perchè non è stata separata nei suoi componenti dallo scattering. Questo è anche il motivo per il quale il sole quando è alto nel cielo ci appare bianco. In realtà ci sono anche altri meccanismi che contribuiscono al colore blu acceso del cielo di giorno, come l’assorbimento di radiazione dell’ozono, per chi fosse interessato ci sono un buon numero di articoli scientifici in merito1. Un effetto del tutto simile è quello della formazione di Foschia Blu (Blue Haze) all’interno e attorno a una foresta. le piante infatti emettono una grande quantità di molecole organiche che agiscono in maniera simile ai gas in atmosfera e creano una scena da fiaba. Lo stesso fenomeno è responsabile anche del colore del sole al tramonto, ma per spiegare questo dobbiamo aggiungere un altro ingrediente: lo spessore dell’atmosfera. Lo scattering dipende infatti anche dal numero di molecole che la radiazione incontra, e quest’ultimo dipende dal quanto tempo la radiazione trascorre all’interno dell’atmosfera. Quando noi osserviamo un romantico tramonto stiamo guardando il cielo attorno a un sole molto basso, la radiazione deve quindi attraverssare uno strato di atmosfera molto piu spesso. Di conseguenza la maggior parte della componente blu della radiazione viene riflessa via dalla direzione in cui stiamo guardando e a noi rimane solo la parte che tende al rosso. Sempre per lo stesso motivo il sole stesso non è piu bianco ma appare rosso. Scattering di Mie: questo invece ha luogo quando la dimensione della lunghezza d’onda è simile a quella della particella con cui si scontra. Questo effetto tende a proiettare la radiazione incidente in avanti e non è influenzato molto dalla lunghezza d’onda specifica, a differenza dello scattering di Rayleigh. Le particelle piu abbondanti che causano questo effetto sono goccioline d’acqua, cristalli di ghiaccio e aerosol nell’aria, ovvero particelle che hanno dimensioni tra 100nm e 1000 nm, quindi comparabili con la radiazione visibile. É quindi la causa del colore bianco delle nuvole, siccome tutta ra radiazione è dispersa in modo simile, non abbiamo un effetto di selezione come per Rayleigh e possiamo osservare la luce bianca nella sua interezza. Ma allora perchè le nuvole di pioggia sono cosi scure? Data la grande quantità di acqua liquida in queste nuvole una gran parte della radiazione viene assorbita e perde di forza e quindi il colore ci appare piu attenuato e scuro.

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Vento, e conseguenze tragiche della sua imprecisa designazione

Vento!?

Patrizia Favaron Prologo “Barra a dritta!” “Ma, signore. Io ho detto vento di 325 gradi.” “Appunto, signor Westerton. Barra a dritta.” Delle circostanze insolite nelle quali Lord Wollaston, signore e ventisettesino Conte di Wollaston-over-Tyne, perdette nave, comando, carico e marinai molto si è scritto e raccontato, ed ancor più si è immaginato. Né la commissione di inchiesta, insediata il giorno stesso in cui la notizia dello sfortunato naufragio raggiunse Londra, riuscì a trarre in modo convincente un ragno dal buco. Fu soltanto quindici mesi dopo, quando Lord Wollastone, unico sopravvissuto al naufragio, mise finalmente piede a terra, sano nel fisico ma apparentemente con un diavolo per ciascuno dei suoi radi capelli, che i contorni della vicenda furono finalmente delineati. In quella deplorevole occasione, convocato da Elisabetta I, quel giorno particolarmente piccata per certi dolori di stomaco, Lord Wollastone oltre che il comando perse anche il titolo, e per quanto è dato sapere finì i suoi giorni nella Torre di Londra, dove le sue memorie furono raccolte da miss Chesterton, compagna di cella, e di professione topolino di stiva. E che dire di quell’altro episodio? Quando, facendo vela verso l’Antartide, la nave comandata da una certa signora (ehm… 🫣🤫permettetemi di non rivelarne il nome…) dopo sedici mesi di perigliosa navigazione giunse finalmente in vista dei ghiacci. E mentre lei era tutta intenta a rimirare la linea di costa, cioè, insomma, la banchisa, il suo secondo le batté delicatamente il dito sulla spalla. “Martino, se gh’è?” “Signora, mi scusi… Non vorrei apparirle indelicato, ma quello là, tredici gradi al traverso di babordo, non sembra anche a lei un orso? Leggermente, ecco, bianco?” La capitana non fece neanche l’atto di girarsi. “Ma vaa a ciapà i rann. Te se propri un sigamber. Un orso? Qui? Bianco? Impossibile.” (E qui, forse, è opportuna una precisazione: le rane cui la capitana fece allusione erano quelle dell’Olona, caratterizzate e distinte da tutte le altre per la folta pelliccia, i baffi, una lunga coda glabra, ed il verso che più che un gracidio richiama un sommesso squittire; del resto, un più diretto Ma vaa a ciapà i ratt, ne converrete, non sarebbe stato del tutto al suo posto sulle labbra d’una tal signora.) Quanto alla legittima perplessità circa il fatto che a comandare un veliero vi fosse una signora, e non un signore, faccio appello a due illustri precedenti letterari – e cosa v’ha di più reale, che la realtà raccontata dalla letteratura? Il primo, il personaggio di Bonthrop Marmaduke Shelmerdine, innamorato della protagonista (Orlando), e capitano di un veliero, che si scopre essere (forse) una donna, nel romanzo Orlando di Virginia Woolf (la vicenda, ammetto, è appena appena articolata, oltre che, e non me ne voglia l’Autrice, costellata di lampi di genio, almeno una decina per pagina. Se questa citazione non vi pare convincente, allora ne butto giù una seconda, questa davvero risolutiva: “Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump, dotter till kapten Efraim Långstrump, fordom havens skräck, numera negerkung”, conosciuta dai più come Pippi Calzelunghe che addirittura, insieme a suo papà Capitan Efraim Calzelunghe, scorrazzò per tutti i Sette Mari al comando di una temutissima nave pirata. Quindi, si può sì. Ecco. Un trascurabile equivoco? Per farla breve, la signora capitana di cui ho taciuto il nome e Lord Wollastone, insieme ai loro rispettivi secondi ufficiali caddero preda d’un malinteso che affligge da millenni marinai, meteorologhe, agricoltori, fisici dell’atmosfera, esperte di dispersione degli inquinanti, eccetera, ed eccetera ancora: ma che vuol dire, di preciso, “vento di 325 gradi”? No, perché, vale la pena di saperlo. Mica che poi, dopo, ci si sbaglia, e si fa la solita figura da cioccolatai della Val Leventina. Ed alzi la mani il primo, la prima, che almeno una volta nella sua vita non… (Ehm… 😇) Per fortuna, sulla direzione v’ha poco spazio per dubbi peregrini. Che il Nord sia Nord, e non per esempio Ovest, ritengo si possa ormai dare per scontato. Ma quando qualcuno dovesse dire, “Vento a 35 gradi Est”, cosa intende di preciso? La direzione verso cui il vento fluisce? Oppure, invece, quella da cui proviene? La questione, riconoscerete, non è del tutto priva d’interesse: tra l’una e l’altra di queste due definizioni intercorre una differenza pari esattamente a 180°: un valore, direi, piuttosto ragguardevole. E per errori di ben minor conto furono perdute importanti battaglie, mandrie di bovini, tesori nascosti, e quant’altro. Convenzioni “di flusso” e “di provenienza” Lungi da me, scoperchiato questo orribile ginepraio, voler mettere la parola fine a quella che promette d’essere un’interessante, quanto sterile, polemica. Mi limiterò, così, a registrare quanto è stato concepito e fatto. Dunque. La scuola di pensiero secondo cui “Nord” vuol dire che il vento proviene effettivamente da lì aderisce a quella che viene chiamata, con ammirevole fantasia, convenzione di provenienza. Nel caso, se indichiamo con ‘d’ la direzione del vento, e con ‘v’ il modulo della sua velocità, possiamo dire che le componenti ‘vx’ e ‘vy’ del vettore vento, espresso nel riferimento con asse X diretto da Ovest ad Est e crescente verso Est, e rispettivamente asse Y diretto da Sud a Nord e crescente verso Nord, chi aderisce alla convenzione di provenienza sosterrà a spada tratta che vx = -v * sin(d) e vy = -v * cos(d) Chi, invece, dice che “Nord” indica la direzione verso cui il vento spira aderisce alla convenzione di flusso, secondo cui, invece, vx = v * sin(d) e vy = v * cos(d) “Ma come? Un banale cambio di segno?” Così, Lady Wollastone allorché le fu riferita la disgrazia del consorte. Ma mi appello alla memoria tua medesima: quante, quante volte siamo state premiate con un tre e mezzo per avere sbagliato giusto un banale, trascurabile segno? Cosa che suggerisce, ecco, una certa importanza per l’intera questione. Complicazioni… Sino ad ora abbiamo veduto sino a che punto persone più o meno della medesima estrazione possano riuscire ad essere in profondo disaccordo, con conseguenze possibilmente catastrofiche. Ma questo è niente, se alla combriccola immaginiamo aggiungere una terza persona di

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Energia per l’astronave Terra. Chiamata finale 

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 Le tecnologie per la transizione energetica esistono già, ma il tempo stringe. Abbandonare i combustibili fossili è necessario: la crisi climatica non aspetta. Il libro di Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani ci spiega perché e come possiamo riuscirci. Nuova edizione del bestseller – scritto da Nicola Armaroli (Dirigente di ricerca del CNR) e Vincenzo Balzani (Professore emerito dell’Università di Bologna) – che racconta al grande pubblico la realtà della maggiore transizione energetica della Storia. Le tecnologie che ci servono a completarla sono già a nostra disposizione. Ma il tempo stringe. La 28a conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha riconosciuto la necessità di “abbandonare i combustibili fossili”. Fin dalla prima edizione nel 2008, questo libro spiega perché e come dobbiamo raggiungere questo obiettivo. Bisogna capire che cos’è l’energia: come la produciamo, come la consumiamo e quali sono i suoi impatti sulla salute e sull’ambiente. Il passo successivo è scegliere non se, ma come agire. La decarbonizzazione è già in corso, ma procede troppo lentamente.Non è un problema tecnologico: le rinnovabili sono un settore maturo, così come l’efficientamento energetico. La transizione energetica richiede decisioni e investimenti che non tutti, e non tutti i paesi, sono disposti a fare o hanno la possibilità di fare. Gli interessi in gioco sono molti. Spesso si dà fiducia a “innovazioni green” discutibili, che fanno il gioco dei maggiori inquinatori del pianeta. La crisi climatica, però, non aspetta. Il libro è stato vincitore del premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica e fa parte della collana Chiavi di lettura di Zanichelli. Sono libri autorevoli scritti da personalità di spicco del mondo della scienza. Affrontano temi di rilievo per la realtà contemporanea con un linguaggio chiaro e rigoroso. Mettono in risalto il collegamento tra la storia delle idee e i confini della ricerca, e aiutano a capire come la scienza e la tecnologia influenzano il nostro modo di vivere e di pensare. Inoltre, sono ricchi di spunti in ottica orientativa per i più giovani”.

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Il cappello dell’Ispettore Clouseau e la temperatura

Patrizia Favaron Un giallo molto oscuro Vero, che gli somiglia? Voglio dire, il grafico con l’istogramma delle temperature, e il cappello dell’Ispettore Clouseau, l’investigatore più sconclusionato e fortunato della serie “La Pantera Rosa”. Ma perché dovrebbe essere proprio così? Insomma: un istogramma bimodale, cioè con due picchi. Accade davvero? È una cosa “normale”? Ebbene sì: provate a prendere una serie temporale lunga un numero intero di anni di dati di temperatura, e vedrete molto spesso degli istogrammi a Cappello di Clouseau. Dunque sì: in termini statistici possiamo dire che sì, è cosa quantomeno frequente. Una spiegazione matematica Che cosa può indicare un istogramma “a Cappello di Clouseau”? I picchi indicano i valori della serie storica delle misure in corrispondenza dei quali questa “passa più tempo”. I valori più bassi, invece, sono quelli nei quali la serie “passa meno tempo”. Ma cosa vuol die “passa più tempo”, o “meno tempo”? Per dare una definizione un po’ più precisa conviene che pensiamo ad una funzione derivabile con continuità almeno una volta. I valori meno rappresentati nell’istogramma saranno quelli che la funzione “percorre”, al variare della sua variabile indipendente, con la pendenza più alta. Cioè, con il valore assoluto della sua derivata prima maggiore. I valori più rappresentati, invece, saranno quelli in corrispondenza dei quali la derivata prima assume valore assoluto vicino a zero. Insomma: una cosa così, più o meno: Volendo, potremmo persino tentare di quantificare: Così, integrando… Ma perché, santa pigrizia, privarvi del piacere della scoperta? 😇 E a me? Importa, importa. Come strumentista meteorologica, importa. Prendiamo ancora il caso della temperatura. E facciamo che questa si possa esprimere come sovrapposizione (somma algebrica) di due oscillazioni, una stagionale, ed una giornaliera. Tutte e due di ampiezza costante. Se questa fantastica variazione ideale si verificasse per davvero, il suo grafico nel dominio del tempo avrebbe questo aspetto: (La spessa banda scura, perché le oscillazioni giornaliere avvengono ad una scala talmente più breve di quella stagionale, che il loro salire e scendere non si riesce nemmeno più a vedere.) E adesso, l’istogramma dei suoi valori: Non vi ricorda qualcosa? Insomma, proprio un Cappello di Clouseau no: ai valori estremi (qui -4 e +4) cade bruscamente a zero. Però, una certa rassomiglianza possiamo già vederla. In Natura, però, l’escursione giornaliera della temperatura mica resta costante: mostrerà delle variazioni di giorno in giorno. Per simulare questo effetto, ipotizziamo che l’ampiezza delle oscillazioni giornaliere varii nel corso della stagione. Magari così. E questo l’istogramma corrispondente: I due bordi laterali adesso sono molto meno “alti”! Siamo sulla buona strada: le falde del Cappello di Clouseau sono dovute alle variazioni giornaliere, che cambiano continuamente. Uso, in meteorologia Quanto abbiamo appena veduto ci dice quale potrebbe essere l’uso degli istogrammi dei valori misurati di temperatura: la forma a Cappello di Clouseau ci mostra l’aderenza dell’andamento delle misure ad un modello concettuale in cui si sovrappongono una variazione stagionale più o meno periodica ad una giornaliera. E se la forma dell’istogramma è molto diversa da quella “a Cappello di Clouseau”? Be’, allora in quel caso, magari in quel singolo anno, è accaduto qualcosa. Magari il termometro non andava benissimo. Oppure le temperature hanno mostrato davvero un andamento poco rappresentabile con il modello a due oscillazioni. Oppure… Certamente, qualcosa di strano si è verificato, tale da meritare un supplemento di indagine. E se invece della temperatura prendiamo un’altra grandezza meteorologica? Che forma avrà l’istogramma delle misure? Lascio lì, in sospeso, la risposta: come invito ad esplorare!

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La media di un pollo grande e di uno piccolo è... Dilemmi esistenziali statistici!

Appunti di statistica meteorologica: medie e dintorni

Patrizia Favaron Introduzione “Media”. Cosa c’è, di più semplice? Ed infatti è cosa semplice: basta prendere i numeri che ci interessano, sommarli tra loro, e dividere per quanti erano. Basta una calcolatrice. Sino a che i numeri sono, diciamo, una decina. Da dieci a cento, un foglio Excel comincia a non fare schifo. Oltre i cento… 🙄 In questo articolo vedremo come si può calcolare una media-monstre di 263089 misure di velocità del vento (quel numero lì di misure, e non un altro, perché vogliamo calcolare la media complessiva delle velocità mediate su 10 minuti). Quanto ai dati, sono le velocità del vento raccolte dalla stazione meteorologica ARPA Lombardia di Bormio Eliporto nel periodo dal 01. 01. 2020 al 01. 01. 2025, per un totale di 5 anni complessivi: non abbastanza per fare della climatologia, ma più che sufficienti per indicarci qualche domanda e, se possibile, ottenere delle risposte. I dati – intanto Acci. Duecentosessantatremilaottantanove numeri… Mica pochi. E tutti corredati da una “marca temporale”, che indica quando sono stati raccolti. Tempo, più dati, uguale “serie temporale”: una raccolta di misure, più o meno lunga, che in linea di principio ci può permettere di capire qualcosa (se c’è qualcosa da capire) sull’andamento del vento a Bormio. Serie temporali come questa sono oggetti concettualmente diversi dagli insiemi di dati che capita spesso di dover comprendere a colpi di statistica. Per vederlo, consideriamo un insieme di dati più “normale”, come ad esempio le lunghezze dei lingotti di acciaio che arrivano al laminatoio. In teoria queste lunghezze dovrebbero essere tutte esattamente uguali, ma nella realtà tra le misure dell’una e dell’altra qualche differenza c’è sempre – o potrebbe esserci. In questo caso, se desideriamo quantificare la produzione giornaliera di lamiera dovremo conoscere qualcosa delle lunghezze (ed anche altezze, spessori, pesi, presenza o no di bolle e cricche, …) dei lingotti che entrano nel processo. E per farlo, uno dei modi migliori è di calcolare la media aritmetica delle lunghezze (altezze, spessori, pesi, …) e, per ogni lingotto, lo scostamento in più od in meno rispetto alle medie. Così, tanto per farsi un’idea: lingotto piccolo, o grande? Pieno di fratture che magari denotano una qualità del materiale sotto standard? E via così. In un certo senso, però, ogni lingotto è un caso a sé. E tutti sono stati prodotti da uno stesso processo, con effetti sperabilmente identici. Ho detto “lingotti”, ma avrei potuto parlare di risultati di misure di un esperimento di laboratorio, o di tempo passato dalle persone in un supermercato, oppure di prezzo di esemplari diversi di uno stesso bene. O di un’infinità di altre cose. Nel caso, la media ci da un’idea piuttosto precisa di cosa potremmo aspettarci, arrivassero nuovi esemplari dell’oggetto, o della misura. E la media del valore assoluto, o del quadrato, degli scostamenti ci direbbe quanto sono “dispersi” i dati. Ma qui siamo in una situazione molto diversa: ogni dato, etichettato da un tempo, è sì diverso dagli altri, ma in un certo senso di più. In una serie temporale, i valori misurati non sono necessariamente il risultato di misure tra loro indipendenti: nel caso delle velocità del vento, per esempio, se in corrispondenza di una certa marca temporale abbiamo una lettura di, facciamo finta, 10 m/s allora sarebbe piuttosto sorprendente scoprire che il dato immediatamente successivo è di 1 m/s o 50 m/s: è molto più facile che troviamo un valore non troppo distante da 10 m/s. Più facile, certo, e non “sicuro”: comunque, siamo di fronte ad un fenomeno caratterizzato da un certo grado di variabilità interna, ed incertezza, ma anche da una qualche struttura di dipendenza tra un valore e quelli che lo seguono nel tempo. Di più: le serie temporali sono, spesso, la manifestazione visibile di processi fisici ben precisi, che in qualche modo ci interessano. Poi, la natura di questo interesse può essere la più varia: scientifica, oppure economica (che so, quanta energia sarebbe estraibile dal vento se piazzassimo una turbina eolica a fianco della stazione), oppure, perché no, di semplice curiosità personale. Anche questo conta, e lo vedremo: ma viene dopo le misure, ed il processo che si nasconde dietro ad esse. Comunque, il fatto che una serie temporale non sia la stessa cosa di un insieme di misure di laboratorio non vuol dire che sui suoi valori non possiamo determinare la media, ed altri indicatori statistici. Popolazione, e campioni Supponiamo, così, di voler determinare il valor medio di tutte le misure che abbiamo a disposizione. Questo insieme, l’insieme su cui desideriamo compiere qualche affermazione “forte” basata sui dati, sarà la nostra popolazione. I dati li ho scaricati dal sito di ARPA Lombardia e, almeno nominalmente, ci sono tutti. Potrei caricarli dentro Excel, e fare tutto lì. Ma personalmente preferisco usare il programma statistico “R”, che da alcuni vantaggi: Se non lo conosci, ti invito a prenderne visione, e magari scaricarlo dal sito ufficiale e provare a usarlo, con l’aiuto di uno dei tanti bellissimi tutorial che si trovano in rete. Se già non conosci “R” questa esplorazione potrebbe comportare un certo sforzo da parte tua. Ma, assicuro, ne vale la pena. Prima di calcolare medie e quant’altro, però, dobbiamo leggere i dati. In R, disponendo dei dati (che puoi scaricare qui – dopo averli scaricati, per poterli adoperare questi vanno “decompressi”), la lettura ed altre operazioni si fanno usando dei “comandi”, cioè delle righe di testo con le istruzioni per il calcolatore, che una volta scritte si possono fare eseguire premendo il tasto “Invio”. Nel caso, per leggere i dati (che ho sistemato in un file di nome “Vel.csv”) il comando da usare è d <- read.csv(“Vel.csv”) Il senso di questo comando è di leggere i dati in formato CSV ( read(“Vel.csv”) ), e riversare il contenuto nella “variabile” ‘d’. A comando eseguito, ‘d’ conterrà tutti i dati presenti nel file. Una volta che i dati sono finiti in ‘d’, possiamo farci tutto quello che vogliamo. Per esempio, con l’altro comando names(d) farci dire come si chiamano le colonne della

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Intervista Tullio Degiacomi

La sezione studenti intervista…Tullio Degiacomi

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 Nell’ultimo numero della Newsletter intervistiamo Tullio Degiacomi, ex studente triennale dell’Università di Trento ed ex studente magistrale dell’Università di Trento e Innsbruck, attualmente Weather Data Scientist presso Hypermeteo. Caro Tullio, ci racconti come ti sei avvicinato al mondo della meteorologia? Sicuramente ho sempre avuto sin da bambino una grande attrazione per i fenomeni naturali e gli ambienti naturali ostili, in primis l’alta montagna. Probabilmente è la passione per l’alta montagna, la neve e i ghiacciai che mi ha spinto poi a seguire questo percorso. Quando mi sono iscritto al Master a Trento ero infatti molto più attratto dalla meteorologia alpina e dallo studio della criosfera. Durante il corso ho poi nettamente allargato i miei orizzonti e capito che ogni argomento nuovo legato alla meteorologia o alla climatologia mi suscitava un’enorme curiosità. Come valuti l’esperienza del programma di doppia laurea? L’esperienza del programma di doppia laurea tra Trento e Innsbruck è stata per me molto formativa, sia dal punto di vista professionale, che da quello umano.Il percorso di studi secondo me è ottimo, in due anni offre una preparazione solida e di alto livello, mi sento di consigliarlo. Il primo anno a Trento copre molti rami diversi delle scienze dell’atmosfera e ambientali, permettendo di acquisire competenze trasversali. Se durante il percorso di studi non ho sicuramente avuto lo stesso livello di interesse verso tutti i corsi, devo ammettere che l’interdisciplinarietà si è rivelata spesso un plus nella mia attività lavorativa. Il semestre a Innsbruck invece presenta molti corsi a scelta in cui ognuno può approfondire i propri interessi personali.Anche alla luce dell’esperienza dei miei compagni di corso, posso dire che abbiamo sempre ottenuto riscontri postlaurea positivi nel mondo del lavoro e della ricerca. Inoltre, so che il corso ha subito dei perfezionamenti in questi tre anni. Ritieni di aver acquisito strumenti e capacità essenziali durante il periodo all’estero? Penso che un periodo all’estero sia in ogni caso un’esperienza che lascia qualcosa. Sfortunatamente ho trascorso il semestre a Innsbruck nel periodo Covid, in cui l’attività Universitaria era molto limitata. Questo non mi ha permesso di godere al massimo di questa opportunità. Nonostante ciò, ho potuto comparare due realtà universitarie differenti, in cui le competenze dei professori si completavano e le metodologie di insegnamento e apprendimento erano molto diverse. Inoltre, il dipartimento di scienze dell’atmosfera dell’Università di Innsbruck esiste da molti anni e i professori sono molto preparati. Per quanto riguarda l’apprendimento di concetti di meteorologia e climatologia, nel semestre a Innsbruck ho potuto frequentare corsi molto “di nicchia”, come Mountain Meteorology, che ho veramente apprezzato e che mi hanno portato ad acquisire conoscenze fondamentali per il mio lavoro di tesi, svolto a Trento. Di cosa ti occupi al momento in Hypermeteo? In Hypermeteo mi occupo di vari ambiti, principalmente della gestione e degli sviluppi della catena previsionale a breve-medio termine, quindi soprattutto di attività modellistica, e dello sviluppo di scenari climatici. La mia attività lavorativa è quindi parecchio incentrata sulla programmazione. È però molto varia di settimana in settimana, poiché capita di ricevere richieste di servizi tra loro molto differenti e che necessitano di approfondire argomenti per me spesso del tutto nuovi. Questo è sicuramente un aspetto molto positivo del mio lavoro in Hypermeteo, che mi permette di affrontare ogni settimana con curiosità e nuovi stimoli e che, soprattutto, mi ha fatto comprendere quanto la meteorologia e il cambiamento climatico abbiano un impatto enorme su moltissime attività di rilievo. Come vedi il futuro dell’informazione e della condivisione di dati meteorologici in Italia? Il futuro dell’informazione e della condivisione di dati meteorologici in Italia appare molto promettente e ricco di opportunità: con l’avvento di ItaliaMeteo e lo sviluppo del portale open data si sta finalmente facendo quel cambio di passo di cui si necessitava da anni, rendendo i dati accessibili a tutti e gestiti con metodo e coordinamento. Dal mio punto di vista, ad esempio, poter aver accesso a un modello come ICON a 2 km circa di risoluzione sul territorio italiano, o poter utilizzare il gran numero di misure di stazioni al suolo presenti in Italia, è una risorsa fondamentale per migliorare i servizi sviluppati anche nel settore privato, oltre ad essere uno strumento utile anche per il mondo della ricerca. Nonostante ciò, per quel che ho sperimentato nella mia esperienza lavorativa quotidiana, noto ancora alcuni ostacoli rispetto ad una politica di open data da parte di alcuni enti. Penso quindi che ci sia ancora molto lavoro da fare, ma che si debba essere molto ottimisti perché la situazione nei prossimi anni, in Italia, potrà solo migliorare. In ogni caso, mi auguro che si segua la strada intrapresa, con un sempre crescente coordinamento di tutte le informazioni riguardanti la meteorologia e climatologia e una totale condivisione dei dati. Il cambiamento climatico corre veloce e penso che questi due step siano fondamentali per una migliore gestione di tutte le problematiche a cui dovremo far fronte nei prossimi decenni. Auspichi ad una maggiore sinergia tra gli enti meteorologici pubblici e privati? Penso che questa domanda sia strettamente connessa alla precedente. La sinergia tra pubblico e privato infatti sarà notevolmente influenzata da come in Italia verranno affrontati i temi dell’informazione e della condivisione di questa informazione nei prossimi anni. Ovviamente, penso che una maggiore sinergia tra enti meteorologici pubblici e privati possa solo apportare un contributo positivo alla nostra società, soprattutto perché i loro ruoli e le loro competenze sono spesso molto complementari. Studente promettente e grande professionista, avevi valutato l’opzione di svolgere un dottorato di ricerca? Devo ammettere che quando mi sono approcciato al mondo della meteorologia e climatologia avevo considerato la possibilità di continuare i miei studi con un dottorato: la ricerca mi ha sempre affascinato. Alla fine del percorso di studi ho però capito che non ero pronto per un dottorato perché in quel momento l’accademia era per me, probabilmente, un mondo un po’ stressante. Inoltre, ho preferito guardare fuori dal mondo accademico, cercando un’occupazione che mi facesse anche comprendere quanto la

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