Realtà e parole: un rapporto magari non facile, ma, vitale
Patrizia Favaron Antefatto Realtà e parole: Se non ti piace il giallo, puoi sempre dire che si chiama viola. Magari, se hai abbastanza follower, qualche altra persona si aggiungerà a te e dirà qualcosa del tipo “In effetti sembra giallo, ma è viola! Che cucù che sono, a non averlo notato io prima!” Intanto il giallo, pervicacemente, resterà giallo. Certo, dirà qualcuno, in fondo è tutta una questione di definizioni, e chiamare qualcosa di percettivamente complicato come “giallo” oppure “viola” è una mera convenzione. Magari, nei nostri cervelli, lo stesso colore evoca sensazioni diversissime e non confrontabili, oppure … Intanto, sottoposto ad un’accurata misura di frequenza, il colore di un limone rimane esattamente quello di prima, indipendentemente da come io, o un’ipotetica maggioranza, lo voglia chiamare. Il mondo fisico è fatto così: di duri fatti. Se i fatti sono “spiacevoli”, negarli o non nominarli non ne sposterà di un millimetro il peso. Di questi tempi, la notizia non vi sarà sfuggita, negli States l’attuale amministrazione ha bandito dai documenti ufficiali una lunghissima lista di parole e locuzioni. Tra queste, “Climate Change”. Sperando, immagino, che non parlandone ufficialmente il cambiamento climatico smetterà di far guai. L’atteggiamento mi ricorda quello di un gruppo di bimbe e bimbi piccoli che avevo veduto giocare a nascondino qualche tempo fa: si celavano dietro alberelli sottilissimi, cuccioli di piante che fatte le debite proporzioni di età erano più piccoli di loro e, non vedendo da lì gli altri e le altre, credevano di essere nascosti. Quando, invece, erano praticamente in piena vista. (La versione trumpiana di questo atteggiamento è ancora più radicale: per nascondersi sarebbe sufficiente mettersi la mano davanti agli occhi, e, voilà! Tutti i problemi, e i TIR fermi al semaforo davanti alle strisce pedonali, scompaiono, nello stesso preciso momento in cui noi scompariamo a loro.) La scelta, o la soppressione, dei pensieri e delle parole è un atto politico, e così, scusatemi, questo articolo politico finirà con l’esserlo. Del resto non può non esserlo, dal momento che parla di (meteorologia) cose accademiche e industriali. E dal momento che qui siamo, tutte e tutti, persone di scienza (in tutte le declinazioni possibili), credo valga la pena di andare un poco più a fondo. “Verità”, e non Le verità scientifiche Vediamo di capirci sin da subito. Noi fisici e fisiche (in senso molto inclusivo: qualche secolo fa avrei magari detto “scienziati e scienziate naturali”) non pronunciamo delle verità assolute. Non è, questo, il nostro compito. Più modestamente, procediamo così: Quindi, nel “vero” delle fisiche non c’è nulla di assoluto. Magari qualcuna si sveglia con un’ipotesi migliore della tua, e la tua finisce seppellita per sempre nel cassetto di qualche mostruoso datacenter. C’è un altro punto: tra la formulazione di un’ipotesi e la sua accettazione da parte della comunità scientifica passano anni. Vediamo di riassumere. Le verità scientifiche sono: Con tutte queste caratteristiche, per quali motivi un Paese dovrebbe (scusate la brutalità) cacciare del denaro per occuparsene? Qui la mia lista. Parziale. Limitandomi, appunto, ad alcuni fatti brutali: Verità assolute (ed altre “post-verità”) La costruzione, o il consumo, delle proprie “verità” da parte della gente comune è molto diverso da quello della scienza. Nei modi, come nei fini. Scopo della “verità”, in questa accezione, è di stabilire confini entro i quali collocare il lecito, il desiderabile, il “buono”. Abbastanza plausibili da far sì che questi confini siano ragionevolmente solidi, e proteggano da ciò che sta “fuori”. L’Incognito. L’Altro. Il Nemico. Non è necessario che questo tipo di “verità” abbia qualche aggancio nella realtà: è sufficiente che vi si possa riconoscere. E che le affermazioni compiute in suo nome siano sufficienti non già per prevedere scenari futuri (cosa ben poco efficace per tutelare il proprio bozzolo protetto), ma per giustificare quanto accaduto in passato, darne una spiegazione, magari ingoiarne la supposta inevitabilità. Inventerà, così, capri espiatori, nemici immaginari perseguitando i quali certamente tutto riprenderà a funzionare. O come, seicentoventimilatrentotto anni fa, quelli della tribù di …, che inventarono la tremendissima divinità Balù Balù, artefice a loro dire di tutto ciò che accadeva, in buona sostanza indifferente a quegli sputi solidificati che sono gli umani, e che però ci si poteva ingraziare con preghiere e sacrifici vari. Insomma: un surrogato di controllo. Su questo punto tornerò tra breve. Qui, per adesso, mi accontento di constatare un elemento a mio giudizio importante: la verità secondo il popolo minuto non ha alcun obbligo di confrontarsi con i fatti. Basta sia accettabile. Che fornisca un’immagine di sé nella quale anche chi si trovi in condizioni di miseria e deprivazione riesca a vedersi grande. Perché, non dimentichiamolo, questa è una società patriarcale, che si nutre disperatamente dell’illusione del proprio “valore”, e che obbliga ciascuno, ciascuna ad occupare un posto preciso in un supposto “ordine di beccata”. Come si trasmettono le “verità del popolo”? Dall’alto in basso. I sacerdoti di qualche religione (divina o laica) promanano un dogma, e la plebe lo fa suo. Lo rielabora magari, aggiungendovi qualcosa (non troppo però, per carità!). La “verità” si propaga di bocca in bocca, di anima in anima, seguendo linee di prestigio decrescente. Volontà, e illusione, di potenza: una radice della paura nella scienza? “Io! Io! Io!” Importante esserci. Nel senso di apparire. Parlare, magari senza dire nulla, ma sincerandosi di farlo ad alta voce. Oltre all’accettare in modo acritico “verità” tagliate su misura, c’è anche quest’elemento. L’educazione (chiamiamola così) ad “emergere” ad ogni costo, a scapito delle altre persone, in una competizione da tagliatore… fondata sul nulla. Sulla sistematica sopravvalutazione delle proprie presunte capacità, e sulla loro sovraesposizione. In una continua, quanto improduttiva, self-storytelling. In perfetta buona fede. Immaginando il proprio diritto ad “un posto al Sole”. E nella segreta consapevolezza che, forse, tutto quel valore così attivamente sbandierato, in realtà, non è poi così grande. Che uno scrutinio appena più che attento lo smaschererebbe. Che in un auspicabilmente lontano conflitto bellico, il loro posto sarà nel fango delle trincee, come carne da cannone, spendibile. Lo immaginate, che cosa desidera sentirsi dire questo
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