Patrizia Favaron

seminari corsi

Webinar “La visualizzazione dei dati per il meteo e il clima”

Che cosa: webinar, “La visualizzazione dei dati per il meteo e il clima“, organizzato da Italia Meteo e dal Consorzio LAMMA e condotto a cura della Dottoressa Anna Lombardi di ECMWF – Copernicus Climate Change Service (C3S). Durante l’incontro, moderato da Valentina Grasso (Consorzio LAMMA), indagherà diversi aspetti della visualizzazione dei dati che aiutano a rendere la scienza più accessibile, analizzare ed estrarre informazioni divulgare al meglio i risultati. Quando: 13. 11. 2025 15:00. La pagina di registrazione si trova al link: https://tinyurl.com/webinar-data-visualization.

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xix conferenza plinius

Convegno “Thunderstorm upscale growth, bow echo formation, and derechos: What can we learn from 3 and 1-km simulations?”

Che cosa: convegno “Thunderstorm upscale growth, bow echo formation, and derechos: What can we learn from 3 and 1-km simulations?“, a cura di William Gallus, Distinguished Professor of Meteorology, Iowa State University. Quando: Giovedì 13. 11. 2025 14:00. Per maggiori informazioni: https://www.isac.cnr.it/en/events/thunderstorm-upscale-growth-bow-echo-formation-and-derechos-what-can-we-learn-3-and-1-km, e qui allegata, invece, la locandina del convegno. La partecipazione è prevista sia in presenza, presso la sede del CNR ISAC di Bologna, che online, al link https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3ameeting_N2E2ZmNlODgtNDIwOC00MTExLWI3ZTctZTI3MDdlYzMzYjMz%40thread.v2/0?context=%7b%22Tid%22%3a%2234c64e9f-d27f-4edd-a1f0-1397f0c84f94%22%2c%22Oid%22%3a%22e087d4ea-80ba-4d98-bfe1-4c87e75c12e8%22%7d. Per informazioni: segreteria@isac.cnr.it

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seminari corsi

Prossimo appuntamento con gli “Environmental Meteorology and Climate Physics Seminars” dell’Università di Trento

Che cosa: Seminario “Urban Meteorology Across Scales: Processes, Models, and Applications”, a curated di Andrea Zonato (CIMA Research Foundation). Quando: 06. 11. 2025 14:30 Modalità: online Link: https://unitn.zoom.us/j/84031853563 (Meeting ID: 840 3185 3563, Passcode: 660333)

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GMM 2025 AISAM

Giornata Mondiale Meteorologia 2025

Giornata Mondiale della Meteorologia 2025 – AISAM a Roma     Il 23 marzo 2025 torna la Giornata Meteorologica Mondiale, appuntamento annuale che celebra la nascita dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), istituita nel 1950 sotto l’egida delle Nazioni Unite per promuovere la cooperazione internazionale nel campo della meteorologia, del clima e dell’idrologia. In Italia, dal 2017, l’evento viene organizzato da AISAM – l’Associazione Italiana di Scienze dell’Atmosfera e Meteorologia – in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, con l’obiettivo di creare un momento di confronto, divulgazione e sensibilizzazione rivolto non solo agli addetti ai lavori, ma anche a studenti, cittadini, appassionati e professionisti di settori direttamente o indirettamente legati alle scienze atmosferiche. L’edizione 2025 vedrà il ritorno dell’evento nella sua sede storica, l’Aula Magna del Rettorato (edificio CU001) nel Campus della Sapienza, a Roma. Sarà proposta in modalità ibrida, con partecipazione sia in presenza che online, così da favorire il coinvolgimento del maggior numero possibile di persone su tutto il territorio nazionale. Questa edizione sarà ancora una volta dedicata al ricordo del Prof. Frank Silvio Marzano, figura centrale per la meteorologia italiana e promotore delle passate edizioni, la cui scomparsa ha lasciato un grande vuoto nella comunità scientifica e accademica. Il programma 2025 prevede la presentazione di relazioni scientifiche affidate a esperti di rilievo, studiosi e divulgatori particolarmente attivi nel campo della meteorologia e del cambiamento climatico. Come da tradizione, saranno coinvolte anche alcune scolaresche, per ribadire l’importanza di educare le nuove generazioni al rispetto dell’ambiente e alla comprensione dei fenomeni atmosferici che influenzano la nostra vita quotidiana. L’appuntamento si rivolge a una vasta gamma di utenti e settori: dalla protezione civile all’agricoltura, dalle aziende energetiche al turismo, dai trasporti all’ambiente, fino al mondo della formazione e della ricerca. Sono inoltre benvenute le associazioni di meteo-appassionati, le scuole di ogni ordine e grado e, naturalmente, tutti i cittadini interessati a questi temi. La partecipazione è libera e rappresenta un’opportunità unica per avvicinarsi al mondo della meteorologia in modo concreto, accessibile e multidisciplinare. Un invito alla consapevolezza, alla memoria e all’azione, per comprendere il presente e costruire insieme un futuro climatico più sicuro, informato e sostenibile.

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Ok, voglio dedicarmi ai “modelli”: e adesso?

Patrizia Favaron Carta, penna, calamaio? Insomma, mica tanto. Oggi, “occuparsi di modelli” (che siano di dispersione in atmosfera, di circolazione a mesoscala, oppure dei sistemi Large Eddy Simulation, o chissà che altro) vuol dire, in concreto, passare una fetta della propria vita davanti ad un computer, scrivendo codice: il vecchissimo modo carta-penna-e-calamaio, oramai, credo si sia estinto da molti decenni. E comunque, obiettivamente, i computer sono molto comodi: quando non esistevano la gente ne faceva a meno, ma i calcoli della meteorologia dinamica o della micro-meteorologia doveva farli lo stesso: con un regolo calcolatore, o una calcolatrice da tavolo, magari direttamente a mano. Ma, avojja. “Usare un calcolatore per scrivere codice”, nel campo delle scienze dell’atmosfera, oggi vuol dire lavorare per lo più in Fortran: qualcosa si fa anche usando altri linguaggi di programmazione, ma davvero poco, e la mia impressione è che le cose resteranno a questo modo ancora a lungo, per le ragioni che dirò in seguito. Animo! “Ouch. Devo imparare il Fortran…” Lo si sente dire, o accennare con sguardi sconsolati, ancora oggi. Leggi in rete, e trovi di tutto, ricavandone per lo più l’impressione che imparare il Fortran invece, che so, di Python o C++, sia una condanna a morte, la strada certa a doversi rassegnare alla disoccupazione, o peggio. Che il Fortran è irriducibilmente e irrecuperabilmente vecchio, e che la sola lettura di un manuale che lo riguardi comporti la comparsa di numerosissime rughe. Chissà, forse per un programmatore le cose stanno davvero così. Ma la realtà è che la persona che si occupa di modellistica e usa il Fortran per scrivere codice non è un programmatore. Il mestiere del programmatore informatico è di realizzare applicazioni, sistemi operativi, algoritmi contabili, persino sistemi IA. Ma la maggior parte di queste attività, oltre alla necessità di scrivere codice, ha in comune altre cose interessanti: Quindi, la prossima volta che un amico nerd tenterà di sommergerti con un panegirico a favore di Rust, o di qualche altra novità informatica, potrai rispondere con un’alzata di spalle e dirgli “Ma mica sono una programmatrice, io.” E lasciarlo nel suo brodo a sbollire, o indurlo a cercare qualche altro programmatore con cui attaccare bottone e fare allegramente a cornate (non chiedetemi il perché, ma in quella comunità va spesso a finire così, e non solo tra i maschietti). Un addendum: quanto a me, l’ho scampata bella. Quando mi sono laureata in matematica i computer esistevano già. Persino quelli personali! Solo che, paragonati anche solo al più scarso dei cellulari di oggi, facevano davvero poco. E per ottenerne qualcosa di utile si doveva, di tanto in tanto, ricorrere all’Assembly, protagonista di horror stories anche più pittoresche di quelle che riguardano il Fortran. Al liceo, però, ricordo benissimo quando il nostro prof di matematica ci faceva tracciare per punti il grafico delle funzioni che ci aveva dato da studiare: “Sì, sì, derivate, minimi, massimi. Ma come fate a sapere che non avete sbagliato?” (In effetti…) Piccolo dettaglio: provaci, a determinare i valori di una funzione del tipo di “tanh(pi*x/exp(-sin(pi*x/4)))” con una calcolatrice: ti troverai più o meno nel mezzo della scena clou del film “Il diritto di contare”, in cui le signore del Reparto Ingegneria fanno i calcoli con assordanti calcolatrici elettromeccaniche, ai tempi in cui la parola computer designava un mestiere. Però, le storie dell’orrore che si trovano in rete sono sempre lì, e… Tutta una questione di spelling?! E, che dire. Spezzoni di codice come B = 0.0 IF(X-A) 10, 10, 20 10 B = A – X 20 B = -B proprio proprio belle, e comprensibili… Solo che questo non è il Fortran, ma il FORTRAN. Quello, per intenderci, di quando ero bambina io. Con le righe che cominciavano dopo sei spazi. Le etichette. Le linee di continuazione con un carattere non-spazio nella prima posizione. Gli IF aritmetici. Gli statement DATA, EQUIVALENCE, e robe così. Poi nel 1990 (in realtà un po’ prima) il linguaggio si è evoluto, ha abbandonato il “formato fisso” a favore del “formato libero” (però, se sei masochista, nulla ti impedisce di usare il formato fisso di una volta, o di piantarti il bisturi nella coscia come il Dottor Frankenstin se per quello). E questo, solo trentacinque anni fa! Negli anni successivi il Fortran è andato incontro ad una evoluzione relativamente rapida, che lo ha arricchito dell’estensione per la programmazione a oggetti, e di numerose novità legate per lo più alla programmazione parallela. Nel frattempo ha anche cambiato nome: da FORTRAN è divenuto Fortran (che qualcuno chiama Modern Fortran). Solo che molte persone della Vecchia Guardia (ehm, la mia…) non lo ha saputo. In effetti nessuno glie lo ha detto. E chissà, molte di loro ancora ricordano benissimo i tempi in cui per mettere le mani su un calcolatore dovevi essere, minimo minimo, professoressa ordinaria – ed anche in quel caso i Tecnici ti guardavano con un’espressione tra il preoccupato e il sospettoso. Non poche delle persone che si erano laureate a quei tempi hanno, poi, conservato il disgusto provato da cucciole e cuccioli per tutta la vita. Proprio mentre sto scrivendo queste righe, in parallelo (o insanità profonda del multitasking, e un accidente a colui che ha detto certe persone esservi più portate d’altre: la verità è che il multitasking nobilita chi non ne fa) sto scrivendo la prossima versione di un sistema eddy covariance in tempo reale, e, guarda un po’, sto usando il Fortran. Non su qualche polveroso mainframe dei tempi andati, ma su un “umile” Raspberry Pi 5 (‘nzomma, umile: surclassa da tutte le parti il Mitico CRAY X-MP del Cineca di Bologna, il supercomputer cui Pochissimi Eletti potevano accedere quando ero studentessa io – per inciso e doverosa completezza d’informazione, io no). Perché uso il Fortran? Potrei adoperare altri linguaggi (qualcuno lo conosco, Python, R, C/C++, persino un po’ di Rust), ed in alcune aree dello sviluppo del sistema certamente farei più in fretta. Ma, problema: un “sistema Eddy Covariance” non è un normale registratore di dati (per quello avrei

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Un mondo appena oltre…

Patrizia Favaron Oltre i nostri sensi, ma sempre qui Sentiamo spesso dire che il Mondo non si limita a ciò che il nostro sistema sensoriale (ed il cervello) ci permette di percepire. E noi, che ci occupiamo a vario titolo di meteorologia, siamo ben familiari con questo concetto dai risvolti non proprio piacevolissimi. Per esempio: il vento c’è, ma chi lo ha mai veduto? Con l’aria trasparente? E chi, invece, ne ha avvertita la presenza con il tatto? Specialmente quando è debole? Qualcuno o qualcuna più esperta di me in biologia evoluzionistica potrebbe aggiungere del suo, e dire che certo, i nostri sensi si sono evoluti molto, ma non per farci scrivere dei bellissimi paper accademici. Se mai, per scovare prede, allevare e proteggere cuccioli, trovare un compagno o una compagna, eccetera – la meteorologia, in effetti, è venuta “un po’” dopo, giusto qualche manciata di milioni di anni… Lungi da me voler ribattere qualcosa al riguardo: l’è minga el me mestée. Non è il mio mestiere. Però, posso forse fare qualcosa di più diretto – meglio, non lo so: giudicherete voi. Mostrandovi un aspetto della realtà che non riusciamo a cogliere con la vista o qualche altro modo, senza un aiutino: il mondo, osservato nel campo dell’infrarosso termico. L’immagine che vediamo rappresenta in particolare la temperatura radiometrica (l’ho ottenuta con una termocamera di quelle “professionali ma non da ricerca” – di più non potevo permettermi 😊 – e macchine di questo tipo sono usate di solito nei cantieri e negli impianti per localizzare punti caldi o freddi, e cose così: l’impiego “in Natura” non credo fosse stato preventivato dal loro costruttore). E già in questo modo ci rivela un aspetto che non solo non potevamo vedere, ma neanche immaginare: non solo esistono dei gradienti termici tra un punto e l’altro della superficie terrestre, ma questi sono molto grandi. Quello in figura è ancora, tutto sommato, modesto. Ma immaginiamoci d’essere uno di quegli insemini che passano la loro vita al riparo delle cortecce: l’ambiente che li ospita può passare dall’essere un frigorifero ad un forno nel giro di un centimetro, a volte meno. Il “gradiente”, lo ricordo qui per chi non abbia molta dimestichezza con queste cose, è il rapporto tra la variazione di una grandezza (la temperatura, nel nostro caso) e della lunghezza lungo la quale questa si verifica. Magari la differenza tra le due temperature, massima e minima, non sembra grandissima. Ma se la misuriamo lungo una distanza piccolissima, di un centimetro o pochi millimetri, il gradiente fa più che in fretta a esplodere! Isole di calore, ed altre cose così Il fenomeno dell’isola di calore, la differenza di temperatura che c’è tra i centri urbani e le aree rurali vicine, è conosciuto ormai da tutte e tutti noi, non foss’altro che per abitudine. Sfinimento, direi quasi. E molto se ne è scritto, per grandi e piccoli (io, che a volte mi sento un po’ bimba, ho apprezzato molto questa descrizione). Ma, potremmo anche vederla, avessimo una vista abbastanza acuta e “generalista”? Patti, ma che razza di domanda del tubo: In sintesi: certo che sì, e persino a piccolissima scala! La superficie coperta dalla figura qui sopra non arriva ai 4 metri quadri. E già dentro questa briciola di superficie vediamo un’isola di calore, minuscola, estremamente ben marcata. La stessa cosa capita, se confrontiamo un’intera città con la campagna circostante. E volendo, persino dentro la stessa città! Le aree costruite tendono ad essere impermeabili, e così, necessariamente, tutta l’energia che in condizioni naturali sarebbe finita in atmosfera come calore latente (evaporazione, in pratica), vi verrà riversata come calore sensibile (aumento di temperatura percepita). Ma le superfici artificiali non sono mica tutte uguali: Un climatizzatore naturale “Meraviglia.” Cammini in mezzo alla Natura, persino quella addomesticata di un parco, e la sensazione che provi non può che trovare la sua sintesi definitiva in una sola parola: meraviglia. Non c’è che dire, comunque: quella che riempie i nostri occhi e le nostre menti è, comunque, una meraviglia molto attiva. Pochi decimi di secondo, così ho letto. Tanto basta alle piante per orientare (se possono) le loro foglie verso il Sole, e per girare i cloroplasti in modo che si espongano in modo ottimale alla luce. Altrettanto, non più, per aprire o chiudere gli stomi, quelle minuscole bocchine che, a migliaia, si trovano per lo più sulla pagina inferiore delle foglie, e permettono alle piante di regolare la propria permeabilità all’acqua (ed all’ossigeno, all’anidride carbonica, …). Permeabilità, perché. Le piante sono, in effetti, le principali attrici del processo di evapotraspirazione. Lo regolano, a loro beneficio. Su scale così grandi, da modificare il funzionamento dell’atmosfera. Fanno per sé, ed anche per noi, animali, adattati nei milioni di anni all’ambiente creato dalle piante. Lo studio del comportamento delle piante in presenza (o meno) di radiazione solare è, davvero, affascinante. Un intreccio strettissimo tra Fisica solare, Fisica dell’atmosfera, Fisiologia, Ecologia degli ecosistemi. È uno degli argomenti in cui più facilmente vediamo al lavoro le connessioni nascoste in piena vista del sistema-Terra. E gli strumenti ci permettono di coglierle meglio. Nel modo più diretto. Chiudo qui, accennando solo al fatto che colleghi e colleghe attivi nel campo della micro-meteorologia le termografi le usano in modo sistematico, e che molte di loro finiscono in paper accademici e altre pubblicazioni (cercate, e troverete 😊). Grazie per l’attenzione, e, intanto, grazie alla Tecnica che ci permette di vedere più lontano!

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Annuncio di seminario sul tema “Cambiamento climatico e calamità naturali: la prospettiva delle Assicurazioni”

Il clima cambia, e con esso la probabilità di eventi meteorologici in grado di portare a calamità naturali come alluvioni, o scoperchianti di tetti, o … E di recente è stata varata una nuova normativa che spinge le imprese a stipulare contratti assicurativi contro gli “eventi catastrofali”. Ma una cosa del genere è sostenibile per le compagnie assicurative? Che premi dovranno versare i loro clienti? Che clausole di applicabilità? Dietro, un problema ancora più profondo, dal sentore insieme fisico e matematico: il rischio di calamità naturali indotte da eventi meteorologici anomali è materialmente stimabile? Sino a quanti anni, o mesi, in avanti? Come si vede con esempi come questo, il cambiamento climatico non è una fissa di accademici ed ambientalisti furiosi: pone, se mai, domande molto pratiche, e molto ineludibili – sullo sfondo, la domanda se allo stato attuale delle cose il clima possa, oggi, essere (ancora?) governato. Le questioni, così, cominciano a fiorire al di fuori della nostra cerchia ristretta, ed un esempio è il seminario online “Climate Change and Natural Hazards: the Perspective of Insurance and Reinsurance markets“, che verrà “diffuso nell’etere digitale” dall’Università di Trento, ad opera e cura di Mattia Marchio di Assibroker International. Il seminario, aperto a tutte e tutti si terrà il 22. 05. 2025 a partire dalle 14:30, in streaming alla URL https://unitn.zoom.us/j/83287492773 (ID: 832 8749 2773, Code: 128477), con “padrona di casa” la professoressa Simona Bordoni. Abstract In 2024, global insured losses from natural catastrophes reached USD 137 billion, according to Swiss Re. This marks the fifth consecutive year in which insured losses have exceeded USD 100 billion. As a result, insurance and reinsurance companies are facing a growing need for expertise across a range of disciplines related to natural hazards, including meteorology, hydrology, and geology. In this context, we will examine the Italian framework—starting with the country’s vulnerability to natural hazards and a brief overview of recent major events. We will then analyze the current state of the insurance market in relation to these risks, highlighting the limited insurance coverage and the lack of insurance culture, the importance of conducting comprehensive risk assessments, and recent government initiatives aimed at addressing these challenges. Finally, we will explore the role atmospheric scientists can play within insurance and reinsurance companies, with an overview of current opportunities and career paths available in the sector. BioMattia holds an MSc in Atmospheric Sciences from the University of Innsbruck and earned a PhD in Agrifood and Environmental Sciences from the University of Trento. He currently leads the Natural Hazards Division at Assibroker International, a mid-sized insurance brokerage firm based in South Tyrol, with headquarters in Merano and offices inBolzano, Bressanone, Verona, and Bergamo. His main responsibilities include assessing natural hazard risks for businesses and private properties, preparing weather reports to support client claims in the event of weather-related damage, and conducting portfolio data analysis.

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Annuncio di corso sulla modellazione numerica del tempo atmosferico e del clima

La modellazione numerica del tempo atmosferico e del clima riveste oggi, e più ancora in futuro, un ruolo determinante sia sul piano scientifico che sulle decisioni strategiche associate alle attività umane. Il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica dell’Università di Trento propone così il corso “Numerical Modelling of Weather and Climate“. Il corso, che si terrà a Trento dall’1 al 9 Luglio 2025, è presentato nella pagina web dedicata: https://phd.unitn.it/dricam/993/numerical-modelling-weather-and-climate. Per ulteriori informazioni è possibile chiedere a lorenzo.giovannini@unitn.it

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Borsa di dottorato internazionale sui flussi di pm e bio-monitoraggio

Importanza ed interesse scientifico del bio-monitoraggio e del monitoraggio del flusso di particolati “Atmospheric Particulate Matter (PM) is a well-known threat to human health, but its role in altering terrestrial ecosystems dynamics is still scarcely understood. PM can act as a vector for the dry deposition of nitrogenous compounds and trace elements, which can have detrimental effects on soil chemistry, plant physiology, and overall forest ecosystem health. While wet deposition processes are relatively straightforward to quantify through precipitation sampling and analysis, dry deposition remains poorly characterized due to the complexity of measurement techniques and the necessity for advanced instrumentation. Dry deposition is influenced by numerous factors, including particle size distribution, meteorological conditions, surface characteristics, and land cover type. The most accurate methodology for assessing dry deposition fluxes is the Eddy Covariance (EC) technique, which provides high-resolution, continuous data on vertical fluxes of gases, matter and energy. However, EC requires specific, high-cost and high-frequency instrumentation, a stable power supply, and a sophisticated analytical approach, making its implementation challenging, particularly in remote or resource-limited regions (e.g. developing countries).” (Dal testo del bando). Dati organizzativi e modalità di partecipazione Durata quadriennale. Le sedi di svolgimento saranno: Il dottorato è completamente pagato e spesato. Prerequisiti alla partecipazione: laurea in discipline scientifiche. Ulteriori informazioni, sia sulla partecipazione che sulle modalità di svolgimento, si possono trovare nel PDF del bando scaricabile selezionando il collegamento https://aisam.eu/cloneAndrea/wp-content/uploads/2025/05/PhD_Project_Science_UCSC_UNAV_2025-26_def.pdf. Per ulteriori informazioni, è possibile contattare il prof. Giacomo Gerosa (UNICATT BS) o il dr. Riccardo Marzuoli.

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Flussi verticali di... Di tutto: nutrienti, energia. La conseguenza più evidente del conoscere il vento nella direzione verticale.

La velocità verticale del vento: c’è, ma non si dice…

Patrizia Favaron Il vento: un vettore a tre dimensioni Lo spazio ordinario si descrive usando tre dimensioni. Il “vento” è il vettore velocità del flusso di aria. Quindi anche il vettore vento ha tre dimensioni. Le due dimensioni orizzontali le conosciamo: possiamo ricavarle dalla velocità e dalla direzione, una volta che ci mettiamo d’accordo sul sistema di riferimento. E la terza, quella verticale, dov’è finita? La risposta è facile: se usiamo un anemometro “bi-dimensionale”, come quello in figura (per la cronaca, un Davis 7905 a coppe e banderuola), l’abbiamo ignorata. Buttata via… 🫣 Ragioni per un’omissione La velocità verticale di solito non si misura, perché si da per scontato che il suo valor medio è nullo. Affermazione che, se si seguono pedissequamente le indicazioni del Rapporto CIMO-WMO, posizionando cioè l’anemometro in cima ad un palo di 10 metri su un terreno piatto ed uniforme, e praticamente in assenza di ostruzioni importanti al vento, allora ci siamo: un anemometro a coppe e banderuola, grazie alle sue inerzie meccaniche, si comporta come un filtro passa-basso e così approssima il vento medio. Abbiamo detto che la sua componente verticale è praticamente nulla, e così siamo tutte contente, e tutto funziona benissimo: non c’è nulla da misurare. A questa ragione, un po’ teorica, se ne aggiunge una molto più pratica: in molte applicazioni il vento verticale non interessa più di tanto. Un esempio, tanto per capirci, è il trasporto a distanza di un rilascio tossico. In casi come questo non mi importa nulla se la “nube tossica” sale o scende (la immaginerò sempre rasente al suolo, in caso peggiore). Però, desidero sapere esattamente dove va a finire con il passare del tempo. Se solo le cose fossero semplici come sembrano… Restiamo sul pratico. Uno dei capisaldi della decarbonizzazione è l’adozione di fonti di energia rinnovabili, e tra queste l’energia eolica. (Magari ci torneremo in un prossimo articolo.) Un’ipotetica compagnia investitrice nel campo dell’energia eolica dovrà, così, assicurarsi in anticipo (e garantirlo alle banche) che l’investimento sia redditizio, e cioè che i ricavi siamo maggiori dei costi per una differenza maggiore dell’interesse che si sarebbe portato a casa mettendo quegli stessi soldi in banca o comprando titoli di Stato. I ricavi dipendono da quanto vento “pregiato” ci si può aspettare (argomento affascinante in sé). I costi, invece, sono dovuti ai costi d’investimento, eventuali imposte, e costi di manutenzione. Sin qui, tutto intuitivo: la decisione se investire o no parrebbe poterla prendere chiunque, purché avesse una gran quantità di denaro a disposizione. Ai costi di manutenzione va però aggiunto un dettaglio. Come tutti i manufatti, le turbine eoliche sono coperte da una garanzia. Questa, come tutte le garanzie, prevede clausole che tutelano la ditta che ha costruito le turbine da errori d’impiego da parte dell’acquirente. E tra gli errori, l’installazione in un sito inadatto. Cosa si intenda per inadatto, dipende dalla tecnologia della turbina, dal modello, dalle dimensioni, e da una miriade di fattori. Posso dire che “inadatto” qui non vuol dire “improduttivo” (una turbina installata in un luogo dove non c’è vento non si guasterà mai: si usurerà, nei secoli, come fanno tutte le sculture esposte all’aperto), ma in cui le caratteristiche geografiche e del vento influiscono sull’affidabilità della turbina. Una delle caratteristiche del vento presa in considerazione è il suo “angolo medio rispetto al piano orizzontale”. Le turbine (del tipo ad elica, direi) vengono montate con l’asse del rotore posto quasi sul piano orizzontale (la differenza, minima, serve per ragioni meccaniche legate ai complicati meccanismi di riduzione). La “navicella” che sostiene il rotore può ruotare lungo l’asse verticale, così da permettere alla turbina di inseguire il vento (o addirittura, nei modelli più recenti, di “aspettarlo”: il sistema di controllo di alcuni parchi eolici è dotato di un LIDAR che misura il vento a distanza, prima che raggiunga le turbine, così da permettere a queste di prepararsi per tempo ad accoglierlo). Questo schema di progetto da per scontato che il vento investa la turbina perfettamente di fronte. Ma se il vento avesse una componente verticale molto diversa da zero? Nel caso, investendo le pale dal basso, o dall’alto, il vento indurrebbe sforzi e vibrazioni enormi (le pale possono essere lunghe decine di metri), che alla lunga potrebbero indurre quelle che ingegnere ed ingegneri chiamano “rotture a fatica” che, a loro volta, possono causare danni catastrofici. Una clausola tipica, allora, prescrive che il vento non possa deviare dal piano orizzontale per più o meno di 7° e 30′. Come si fa a garantire che una cosa del genere non accada? Di regola, per via modellistica: le deviazioni del vento dal piano orizzontale dipendono molto dalla topografia, e dalla distanza dal suolo del rotore: due aspetti controllabili – è per questo che molto raramente vedrete una pala eolica installata sul fianco di una collina. Ma questo nel caso di impianti eolici di grande taglia. Quelli piccoli e minuscoli, diciamo dai 100 kW in giù, sono esposti ad altre sorgenti di vento non orizzontale, come per esempio la presenza di ostruzioni sopravvento, o cambi nella rugosità aerodinamica superficiale (che so, l’alternarsi di colture alte come il mais e masse come la soia), ed altre “inezie” micro-meteorologiche. Ora: se un impianto si guasta in modo catastrofico, tale da richiedere un intervento costosissimo come per esempio lo smantellamento di una turbina guasta e la sua successiva sostituzione, possiamo scommettere che prima di riconoscere la garanzia, la ditta costruttrice delle turbine farà le sue valutazioni e, in caso di dubbio, avvierà un’indagine. Uno degli argomenti che cercherà di verificare è l’impossibilità del Cliente di dimostrare che il vento non devii mai di più o meno di sette gradi e mezzo dall’orizzontale. Perché, stando così le cose, potrà tentare di far valere la clausola di esclusione dalla garanzia. Se riuscisse, con ogni probabilità per la ditta investitrice sarebbe un colpo durissimo, se non la fine. Quanto è facile, per una compagnia costruttrice, dimostrare l’incapacità della ditta investitrice? Dipende molto da quanto sono smaliziate le compagnie investitrici, cioè, in ultima analisi, dal

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