Eva De Vecchis

Ha sempre fatto caldo

Ha sempre fatto caldo!

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 Una lettura utile a tutti coloro che vogliono conoscere meglio il tema del cambiamento climatico, senza cadere nei tranelli della disinformazione. Il libro di Giulio Betti “Ha sempre fatto caldo!” vuole infatti dare al lettore gli strumenti per smascherare i miti sul clima, comprendere i fenomeni climatici, smontare le fake news e navigare nel caos di informazioni. In “Ha sempre fatto caldo!” (Aboca Edizioni), Giulio Betti, meteorologo e climatologo con oltre vent’anni di esperienza, esplora con chiarezza (e una vena di ironia) le radici delle credenze e della disinformazione sul cambiamento climatico. L’obiettivo è fare luce su un argomento sempre più al centro del dibattito pubblico, spesso frainteso o distorto da narrazioni fuorvianti e teorie bizzarre amplificate dai social media e dai mezzi di informazione. Betti sottolinea che la climatologia, nonostante la sua complessità multidisciplinare, è diventata un campo di discussione alla portata di tutti, dove le opinioni spesso si sovrappongono ai fatti scientifici. Questa sovraesposizione nasce dal fatto che le oscillazioni climatiche influenzano profondamente la nostra vita quotidiana: il riscaldamento globale non è solo un fenomeno naturale, ma minaccia direttamente il nostro benessere e le nostre abitudini. Betti nel suo libro smaschera i miti sul clima: dalle leggende su Annibale e gli elefanti che valicarono le Alpi, a Erik il Rosso che sbarcò in Groenlandia, fino alle controversie sull’attività solare e il ruolo della CO2 nell’aumento delle temperature, l’autore svela i classici cliché della disinformazione. Il libro fornisce strumenti utili ai lettori non esperti per comprendere i fenomeni climatici, smontare le fake news più comuni e navigare il caos del dibattito pubblico. Non solo analisi e critica, ma anche esempi di iniziative di successo nella lotta al cambiamento climatico, che dimostrano come sia possibile invertire la rotta e ottenere benefici tangibili, sia sociali che economici. Con un linguaggio semplice e spesso divertente, Betti riesce a comunicare in modo chiaro concetti scientifici complessi, rendendo il libro una lettura utile e piacevole per chiunque voglia comprendere meglio il cambiamento climatico e il suo impatto sulla nostra vita. “Ha sempre fatto caldo!” è una lettura imperdibile per chi cerca di orientarsi in un dibattito che spesso appare caotico e polarizzato, alla ricerca della verità tra miti e realtà.

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Il progetto ReData

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024. Nella seconda metà dell’Ottocento, grazie alla capillare diffusione delle reti telegrafiche, diventa possibile ricevere in tempo quasi reale informazioni meteorologiche da tutte le zone sviluppate del Pianeta. Il potenziale applicativo di queste informazioni è enorme in quanto esse sono essenziali per qualsiasi attività previsionale. Nascono quindi in tutti Paesi più avanzati appositi Servizi con il compito di operare in questo settore.  In questo contesto, viene fondato in Italia nel 1876 il Regio Ufficio Centrale di Meteorologia (RUCM) che svolse un ruolo cruciale nella standardizzazione e nel coordinamento delle osservazioni meteorologiche effettuate nel nostro Paese. Uno tra i contributi più importanti di questa istituzione è la compilazione del Bollettino Meteorico Giornaliero (BMG). Esso riporta i dati di numerose variabili meteorologiche rilevati alle ore 8:00 presso decine di osservatori italiani, insieme a carte meteo che mostrano la distribuzione delle isobare e delle isoterme sul territorio italiano. Completano il bollettino le previsioni meteo per il giorno, allora chiamate “presagi”. Il bollettino si arricchisce poi negli anni successivi e crescono sia le stazioni considerate (esse arrivano a superare il centinaio) che le osservazioni riportate (vengono aggiunte anche le osservazioni della sera precedente). Il bollettino viene redatto in forma pressoché inalterata fino all’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. I bollettini giornalieri sono stati via via raccolti e pubblicati in fascicoli annuali che sono oggi disponibili in vari archivi: una collezione completa si trova al CMA del CREA a Roma.  1.1 Il progetto  Il progetto ReData (Recovery of Data), avviato nel 2017 dall’Associazione Meteonetwork OdV e dall’Università degli Studi di Milano, si propone i) di creare un archivio digitale dei BMG prodotti dal RUCM tra il 1879 e il 1940 e ii) di estrarre i contenuti presenti in essi in modo che possano essere usati per la ricerca scientifica. Inserito nel contesto internazionale del Data Rescue Portal della World Meteorological Organization (WMO) (figura 1), questo progetto mira a preservare e a rendere accessibili per la comunità scientifica internazionale e nazionale preziose informazioni meteorologiche storiche.  La prima parte del progetto è già stata sviluppata quasi per intero ed essa verrà completata entro la prima metà del 2025. La seconda parte è invece ancora agli inizi. Essa è stata inizialmente avviata per mezzo di un’applicazione  sviluppata da Meteonetwork (vedi https://redata.meteonetwork.it/), ma dopo un avvio promettente, con un buon numero di digitalizzazioni e volontari coinvolti, l’interesse verso la digitalizzazione dei dati contenuti nei BMG è diminuito negli anni, rallentando e complicando la gestione del notevole carico di lavoro necessario per portare avanti l’iniziativa.  Pertanto, nel 2024 si è deciso di rilanciare questa parte del progetto cercando di puntare su nuovi strumenti e metodi che rendessero più attrattiva e facilmente accessibile l’attività di digitalizzazione dei dati. Questa attività si è sviluppata con il contributo di due tesi di laurea, una triennale presso l’Università degli Studi di Milano e una magistrale presso il Politecnico di Milano. Entrambe le tesi hanno mirato a disegnare una nuova struttura della seconda parte del progetto ReData, sfruttando il potenziale della Citizen Science e della piattaforma internazionale Zooniverse, che coinvolge volontari a partecipare ad attività legate alla ricerca scientifica.  2. Il BMG e la rete delle stazioni utilizzate nell’ambito di esso  Nel 1879, la rete delle stazioni i cui dati venivano pubblicati nei bollettini comprendeva appena 11 stazioni. Tuttavia, nel giro di pochi decenni, il numero delle stazioni salì a 70. La rete raggiunse il suo massimo sviluppo dopo la Prima Guerra Mondiale (figura 2), quando vennero aggiunte le stazioni di diverse capitanerie di porto e stazioni nei nuovi territori acquisiti dall’Italia, come Trieste e Trento, e Tripoli e Bengasi sulle coste libiche.  I bollettini sono composti da diverse pagine per giorno: 4 pagine dal 1879 al 1913, 6 pagine dal 1914 al 1922, e ancora 4 dal 1923 al 1934. Queste pagine sono state tutte scansionate dal socio AISAM e socio Meteonetwork Luca Ronca (figura 3). I bollettini relativi al periodo 1935-1940 verranno scansionati nella prima parte del 2025.  Il contenuto dei bollettini ha subito alcuni cambiamenti nel corso degli anni, ma la loro struttura è rimasta pressoché invariata. L’intero contenuto può essere suddiviso nelle seguenti sezioni:  Altre informazioni, come telegrammi ricevuti da città estere, attività endogene o tabelle riassuntive di carattere meteorologico.  La tabella delle osservazioni italiane risulta essere la sezione di maggiore interesse per ReData. Il primo obiettivo che ci poniamo nell’ambito del rilancio della digitalizzazione dei dati del BMG è quello di digitalizzare i dati dal 1882 (figura 4) al 1913, periodo durante il quale la struttura della tabella è rimasta invariata, contenendo le seguenti variabili meteorologiche registrate alle ore 8 di mattina:  3. ReData su Zooniverse  Zooniverse è un portale di Citizen Science che consente ai volontari di partecipare a progetti scientifici, tra cui la digitalizzazione di documenti meteorologici storici come i BMG considerati nell’ambito del progetto ReData (https://www.zooniverse.org/projects/meteonetwork/redata). Il grande vantaggio di Zooniverse è che ci consente di attingere da un bacino di volontari molto più ampio. A differenza del sito di Meteonetwork, dove gli utenti possono scegliere liberamente su quali stazioni e periodi lavorare, il nuovo approccio che abbiamo usato nell’ambito di questa piattaforma mira a digitalizzare i dati in modo uniforme, anno per anno, su tutte le stazioni disponibili. Questo garantisce una copertura spaziale equilibrata e permette di ricostruire le carte di analisi sinottica del passato in modo più accurato.  I workflow, ovvero le attività proposte ai volontari, sono suddivisi per stazione e anno, identificati con il formato “Y xxxx” (dove Y indica la stazione e xxxx l’anno). Ogni workflow guida l’utente nella trascrizione dei dati attraverso una serie di domande strutturate che seguono l’ordine delle variabili meteorologiche riportate nel bollettino. Sono forniti tutorial, testi di supporto e pagine di approfondimento per guidare l’attività nei dettagli.  L’utente seleziona un workflow dalla homepage, accedendo a una scansione casuale dell’anno scelto, e risponde ai tasks seguendo le istruzioni (figura 5).  4. L’importanza dei dati del BMG per la ricerca climatologica  Il contributo più importante dei dati del BMG per la ricerca

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Fulmine Scala

Il fulmine in escursione

Articolo tratto dalla Newsletter n° 020 di dicembre 2024 “Il fulmine in escursione” è il libro scritto da Domenico Scala, disponibile su Amazon, anche in formato ebook. Si tratta di un testo alla portata di tutti ma anche di un’analisi rigorosa e precisa dei vari fenomeni fisici, partendo dalla genesi del fulmine, per poterlo conoscere e affrontare con la giusta consapevolezza. Il fulmine, un fenomeno che da sempre ha affascinato e terrorizzato l’umanità, soprattutto per la sua imprevedibilità e ineluttabilità.  Ma è davvero così imprevedibile? La scienza è riuscita, studiando il problema, a dare risposte? E queste sono conosciute dal grande pubblico e da chi, per lavoro o per diletto, deve affrontare questo pericolo?  Sono queste le domande a cui si propone di rispondere “Il fulmine in escursione” di Domenico Scala, divulgando e facendo conoscere il fenomeno, perché solamente una comprensione profonda dell’evento può portarci ad adottare strategie e tattiche per evitare di affrontarlo e per minimizzare i rischi.  Purtroppo, in occasione di fatti luttuosi, la problematica viene invece trattata in maniera superficiale, spesso banale e, qualche volta, errata. Invece può rivelarsi utilissimo portare a conoscenza del grande pubblico le scoperte scientifiche alla base del fenomeno, la loro interpretazione e come esse possono essere sfruttate, sia in fase di prevenzione e pianificazione, sia durante l’evento.  Con un linguaggio semplice, chiaro e alla portata di tutti, ma, nel contempo, con un’analisi rigorosa e precisa dei vari fenomeni fisici, partendo dalla genesi del fenomeno, il libro ci conduce sempre di più a fondo nella problematica. La convinzione dell’autore è che solamente comprendendo si ricorda e solamente ricordando si possono studiare e mettere in atto soluzioni per minimizzare i problemi. Da qui la struttura dell’opera, che non ha paura di annoiare con concetti teorici, che però porteranno a comprendere la genesi e le caratteristiche del fulmine e illustreranno le corrette azioni da intraprendere.  Corredano il libro figure e mappe della fulminosità. È disponibile anche un’edizione inglese, con l’illustrazione dei casi più interessanti a livello mondiale, come l’alta densità di fulmini della Florida o il cosiddetto “Relampago del Catatumbo”. 

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Alpi neve 30%

Neve in diminuzione sulle Alpi: più del 30 % in meno in cent’anni 

Articolo tratto dalla Newsletter n° 20 – dicembre 2024 Nel corso dell’ultimo secolo, e in particolare a partire dagli anni ottanta del novecento, la quantità di neve fresca che cade sulle Alpi è diminuita, in modo più vistoso a bassa quota e sul versante meridionale della catena montuosa, nonostante un lieve aumento delle precipitazioni invernali complessive. Sono i risultati principali dello studio “Long-term snowfall trends and variability in the Alps”, pubblicato ad accesso libero il 18 agosto 2024 sull’International Journal of Climatology, e frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori italiani coordinati da Michele Bozzoli e afferenti a diversi istituti e centri di ricerca (Università degli studi di Trento – Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica; Società Meteorologica Italiana; EURAC Research of Bolzano; European Organisation for the Exploitation of Meteorological Satellites – EUMETSAT, Darmstadt, Germany; Laboratory for Air Pollution/Environmental Technology, Dübendorf, Svizzera). Per la prima volta sono state analizzate 46 serie secolari (1920-2020) di dati stagionali (novembre-maggio) di neve fresca a differenti altitudini (da 56 m a 1878 m) lungo tutto l’arco alpino e le pianure adiacenti, mettendo anche in relazione la variabilità e le tendenze nivometriche osservate con le temperature e le precipitazioni, e con alcuni indici di teleconnessione che descrivono gli schemi generali di circolazione atmosferica nella regione euro-atlantica. Nei cent’anni di dati considerati, i settori Sud-Ovest (corrispondente a gran parte del Nord Italia) e Sud-Est (estremo Nord-Est italiano e Slovenia occidentale) della regione alpina hanno sperimentato le diminuzioni più nette delle quantità di neve fresca, mostrando tendenze rispettivamente di -4.9% e -3.8% al decennio. Nevica meno anche sul versante settentrionale dell’arco alpino, ma con tendenza alla riduzione meno marcata (-2.3% al decennio). Nell’intero periodo secolare oggetto di studio, le variazioni sono state pari a -34% nell’insieme delle Alpi, -49% nel Sud-Ovest, -38% nel Sud-Est e -23% nel Nord. Dunque in un centinaio di anni le quantità di neve fresca si sono mediamente ridotte di un terzo, e si sono perfino dimezzate su gran parte del Nord Italia. Nel complesso, la causa principale della diminuzione della neve fresca va ricercata non tanto in minori precipitazioni invernali (pioggia e neve fusa), le quali al contrario sono leggermente aumentate nei settori Sud-Ovest e Nord delle Alpi (beninteso al netto di una marcata variabilità interannuale che può proporre di quando in quando stagioni molto secche come quelle estreme del 2021-22 e 2022-23), quanto in un aumento delle temperature medie valutato in +0.15 °C/decennio (ovvero +1.5 °C/secolo) e omogeneamente distribuito nelle regioni analizzate. Solo nel settore Sud-Est (estreme Alpi orientali italiane e Slovenia) alla diminuita nevosità ha contribuito in parte anche una certa riduzione delle precipitazioni invernali a lungo termine. La diminuzione delle quantità di neve fresca è più evidente sotto i 1000 m di quota, dove l’aumento di temperatura degli ultimi decenni ha in gran parte trasformato in pioggia le nevicate invernali. Alle quote superiori spesso le condizioni termiche sono ancora favorevoli al verificarsi di copiose nevicate, allorché si instaurino situazioni propizie a precipitazioni abbondanti, come avvenuto ad esempio nella primavera 2024. Tuttavia, anche quando nevica in quantità, spessore e durata del manto nevoso sono penalizzati dalle temperature medie in aumento, come segnalato da Matiu et al. (2021) in “Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019” (vedi Newsletter n. 6 Anno 2021, pag 12). Mentre le tendenze delle precipitazioni complessive e delle temperature sono relativamente omogenee alle diverse quote delle Alpi, quella della neve fresca è fortemente dipendente dall’altitudine: nevica meno soprattutto alle quote di bassa montagna e in pianura, dove le temperature (di solito, durante le precipitazioni invernali, già vicine al punto di fusione degli 0 °C) sono un elemento molto critico per la conservazione dei fiocchi fino al suolo, e il marcato aumento termico degli ultimi decenni ha sempre più spesso trasformato in pioggia le nevicate, divenute ormai rare ed esigue in particolare nelle pianure del Nord Italia. Le variazioni di neve fresca sono invece deboli e statisticamente non significative in media-alta montagna, dove – almeno per ora – nonostante l’incremento di temperatura l’inverno rimane ancora sufficientemente freddo per produrre precipitazioni nevose. In alta quota l’abbondanza o meno delle nevicate è infatti controllata più dalle quantità di precipitazioni, che dalle temperature (fattore, quest’ultimo, meno critico, dati i valori di solito ampiamente sotto 0 °C in inverno). La diminuzione della neve fresca si è concentrata in gran parte nell’ultimo quarantennio di accelerato riscaldamento atmosferico. L’analisi ha mostrato che circolazioni atmosferiche associate a fasi negative degli indici NAO (North Atlantic Oscillation) e AO (Arctic Oscillation), dunque con vortice polare debole e maggiore propensione a depressioni e irruzioni di aria fredda verso Alpi e Mediterraneo, sono cruciali per sperimentare copiose nevicate a bassa quota. Peraltro la correlazione tra neve fresca, NAO e AO è divenuta più marcata nei decenni recenti, segno che le nevicate a bassa quota sono sempre più dipendenti dal realizzarsi di condizioni particolarmente favorevoli e per nulla scontate, mentre in passato “riusciva a nevicare” in configurazioni meteorologiche anche più marginali, date le temperature più basse (ad esempio, in Pianura Padana, anche durante gli episodi sciroccali miti, oggi quasi sempre apportatori di pioggia). Un limite del lavoro è l’ancora scarsa disponibilità di serie di misura secolari e continue di neve fresca sopra i 1000 m di quota, ma eventuali aggiornamenti dell’analisi nei prossimi anni potranno beneficiare dell’ingresso nel data set di nuove serie centenarie di misure di innevamento avviate con l’entrata in servizio di numerosi impianti idroelettrici sulle Alpi tra anni Venti e Trenta del Novecento. Questo conferma l’importanza della salvaguardia delle stazioni meteorologiche centenarie e del recupero delle loro preziose serie di dati per la valutazione dei cambiamenti climatici, come auspicato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale nel quadro del programma internazionale “Centennial Observing Stations”. Questo articolo scientifico segue a distanza di tre anni quello dedicato alle variazioni di spessore e durata del manto nevoso al suolo sulle Alpi (“Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019”), pubblicato nel marzo 2021 sulla rivista The Cryosphere da un gruppo di lavoro coordinato da

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Il clima che non ti aspetti

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024 “Il clima che non ti aspetti”, scritto da Andrea Giuliacci, è uscito in un’edizione aggiornata. I temi portanti restano quelli: il cambiamento climatico, l’evoluzione storica del clima e anche l’importanza dell’educazione, della comunicazione e della divulgazione per migliorare il domani dei nostri figli È uscita l’edizione aggiornata de “Il clima che non ti aspetti” di Andrea Giuliacci, Edizioni Ronca. Negli ultimi decenni le condizioni climatiche sono cambiate con velocità e modalità che sembrano non aver precedenti nella Storia, difficilmente spiegabili con normali cicli naturali. Un cambiamento drastico, che pone inquietanti quesiti anche riguardo al futuro: neve e ghiaccio abbandoneranno le Alpi? Faremo davvero lunghe crociere in un Polo Nord privo di ghiaccio? Cosa ne sarà di Venezia e tante altre città costiere? Nel libro “Il clima che non ti aspetti”, Andrea Giuliacci dà la risposta a queste e a tante altre domande, descrivendo innanzitutto i metodi utilizzati dalla Scienza per ricostruire il clima del passato e per prevedere quello del futuro, per poi raccontare come i cicli naturali e le azioni dell’Uomo abbiano modificato le condizioni climatiche nel corso degli ultimi millenni. Nel volume si trova anche una chiara spiegazione delle evidenze scientifiche che confermano le emissioni di gas climalteranti prodotte dalle attività umane quali principali responsabili del più recente cambiamento climatico osservato in Italia e nel Mondo, e quali siano quindi gli scenari più probabili per il prossimo futuro. Ma gli eventi meteo-climatici, si sa, condizionano anche la vita di tutti i giorni, e proprio per questo il libro, oltre a trattare le basi scientifiche del cambiamento climatico, dedica ampio spazio a come questo stia influenzando ambiente, cultura, società ed economia. In ultimo, un intero capitolo è dedicato alle strategie che mirano a combattere il cambiamento climatico, dalle politiche energetiche ai più innovativi progetti scientifici, passando per il ruolo fondamentale di educazione, comunicazione e divulgazione.

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Festivalmeteorologia 2024: dove la meteorologia incontra la società

Cittadini, istituzioni, imprese: tutti sono invitati a partecipare al Festivalmeteorologia 2024, l’evento annuale per grandi e piccini che punta a promuovere una meteorologia accessibile, comprensibile e scientifica. Si terrà dal 14 al 17 novembre, a Rovereto, la decima edizione del Festivalmeteorologia “Tieni il tempo. La meteorologia incontra la società”. L’iniziativa, promossa e sostenuta da AISAM (Associazione Italiana di Scienze dell’Atmosfera e Meteorologia), Università degli Studi di Trento, Comune di Rovereto e Fondazione Museo Civico di Rovereto è un’occasione di incontro per i diversi protagonisti del settore: servizi meteorologici, professionisti, imprese, mondo della ricerca, università, scuola e associazioni meteoamatoriali. Anche quest’anno il programma sarà ricco di conferenze, workshop, laboratori interattivi e attività educative per ragazzi e adulti. L’evento copre diversi aspetti della meteorologia, come le tecniche di previsione, i fenomeni atmosferici estremi, l’importanza della comunicazione meteorologica, il ruolo delle donne e i modi in cui il clima influenza la società, l’economia e l’ambiente. “Questa decima edizione si ripromette di far incontrare meteorologia e società”, spiega Dino Zardi – ideatore e coordinatore scientifico del Festival e Professore ordinario di Fisica dell’Atmosfera, Università di Trento – nel suo messaggio introduttivo al programma dell’evento. “Non tanto perché si siano perse di vista, anzi: mai come oggi l’interesse reciproco, e il bisogno di una migliore intesa da entrambe le parti, sono quanto mai vivi. Tuttavia, il loro rapporto è ancora difficile. La società fatica a capire i messaggi, rimane confusa dalla diversità delle fonti, chiede di avere una voce autorevole che certifichi a chi dare affidamento. D’altro lato, la meteorologia “ufficiale” fa ancora fatica a trovare linguaggi accessibili e registri che rendano più immediata ed efficace la comunicazione. Per questi motivi, occorre trovare un punto d’incontro, e questo è appunto lo scopo del Festival. Comunicare la meteorologia: le sfide di oggi La comunicazione meteorologica è infatti essenziale per diversi motivi che vanno ben oltre la semplice curiosità sul tempo che cambia. La sua importanza si estende a livello sociale, economico e ambientale, influenzando la sicurezza delle persone, la pianificazione delle attività economiche e la gestione delle risorse naturali. Con il cambiamento climatico, in particolare, eventi meteorologici estremi sono in aumento: una comunicazione precisa e tempestiva permette alle persone e alle istituzioni di prendere decisioni informate, riducendo i rischi e minimizzando i danni. In questo contesto, la meteorologia svolge un ruolo di primo piano. “La società fatica a capire i messaggi, rimane confusa dalla diversità delle fonti, chiede di avere una voce autorevole che certifichi a chi dare affidamento. D’altro lato, la meteorologia “ufficiale” fa ancora fatica a trovare linguaggi accessibili” – Dino Zardi “I canali e gli strumenti per comunicare si moltiplicano, e si rinnovano continuamente”, spiega Zardi. “La meteorologia si deve adeguare, trovare formati e linguaggi che raggiungano gli utenti in modo sempre più efficace. Per fare questo, occorre studiare, documentarsi, capire: non solo come evolvono il meteo e il clima, ma anche come cambia la società. E anche la società deve crescere, nella conoscenza e nella consapevolezza diffusa dei fenomeni meteorologici, a partire dalla formazione scolastica e universitaria. Non a caso, in questa edizione, trova ancora più spazio il tema del cambiamento climatico, che attraverso un meteo sempre più modificato irrompe sempre più prepotentemente nelle nostre cronache. I decisori si interrogano su quali saranno le strategie più adeguate per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici. La domanda di conoscenza sul meteo e sul clima è ovunque in forte aumento. Quali risposte siamo in grado di dare oggi?” Il Programma Clicca QUI per scaricare il programma dell’evento Informazioni generali Tutte le attività sono a ingresso gratuito e fino a esaurimento dei posti a disposizione, ad eccezione di quelle per cui sia diversamente indicato nel programma. All’Auditorium Melotti è a disposizione un servizio bar. Il costo delle consumazioni è a carico dei singoli partecipanti. Gli spettatori presenti agli eventi, in quanto facenti parte del pubblico, acconsentono e autorizzano qualsiasi uso presente e futuro delle eventuali fotografie e riprese audio e video, che possono essere effettuate durante il Festivalmeteorologia.

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La sezione studenti intervista…Gabriele Fasano

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024 In questo numero della Newsletter intervistiamo Gabriele Fasano, ex studente (prima triennale, poi magistrale) dell’Università di Torino e, successivamente, Collaboratore Tecnico presso ARPA Piemonte. Gabriele Fasano, come e quando è nata la tua passione per la meteorologia? Nel mio caso è stato un avvicinamento graduale. Fin da piccolo ho avuto grande interesse per i fenomeni naturali e le scienze ambientali in generale, ma non una passione esclusiva per la meteorologia in particolare. Sicuramente un seme c’era già: le nevicate invernali mi hanno sempre entusiasmato, e la frequentazione della montagna in molte occasioni mi ha permesso di apprezzare la varietà e la curiosità dei fenomeni atmosferici. Non si può non notare come queste passioni non siano molto originali tra chi si occupa di meteorologia, anzi siano un tratto davvero comune tra queste persone, quasi facciano normalmente parte del “pacchetto”. Negli anni della scuola superiore, direi per una mia sensibilità personale, mi sono avvicinato ulteriormente alle tematiche legate all’ambiente, al cambiamento climatico e all’atmosfera, tanto che già la mia tesina presentata all’esame di maturità approfondiva quelle tematiche. Dopo la scuola superiore ho scelto quindi un corso di laurea che mi permettesse di proseguire lo studio di queste discipline, e la passione è cresciuta poi man mano negli anni dell’università. Anche se fino alla fine è stato un interesse ampio, che includeva in generale gli aspetti di climatologia o di fisica dell’atmosfera non legati esclusivamente alla meteorologia vera e propria. Qual è stata la tua formazione e perché hai deciso di intraprendere la carriera di meteorologo? Dopo la scuola superiore ho deciso di iscrivermi al corso di laurea in Fisica a Torino, da un lato per avere una formazione scientifica solida e a tutto tondo, dall’altro sicuramente perché sapevo già che avrei potuto proseguire con una laurea magistrale più specifica sulle discipline riguardanti meteorologia, fisica dell’atmosfera e climatologia. Il percorso in fisica è stato molto esigente, ma sicuramente formativo. Durante la laurea magistrale, sempre a Torino, ho effettivamente approfondito le tematiche che mi interessavano, forse non al livello di altre realtà universitarie italiane (o estere), ma comunque a un buon livello. Per quanto riguarda la scelta di carriera, come spesso accade, c’è stata una componente di desiderio ma anche una di casualità. La mia aspirazione a diventare meteorologo deriva innanzitutto dalla passione che ho sviluppato, nel corso degli anni, per i fenomeni atmosferici e lo studio del clima. Devo dire però che mi è sempre sembrata una professione in cui potermi rendere utile per le altre persone, nel fornire un servizio fondamentale e di cui tutti, per i motivi più vari, hanno bisogno. La possibilità di fare qualcosa di utile per le persone, e che mi appassionasse anche, è sempre stata una grande motivazione per me. Hai svolto la tesi magistrale presso Arpa Valle d’Aosta: che ruolo ha avuto questa esperienza per la tua formazione e per le tue scelte professionali? Ho scelto di svolgere la tesi in Arpa Valle d’Aosta anche se le tematiche di ricerca non erano le più inerenti ai miei interessi. Il motivo per cui ho preso questa decisione è stato l’aver capito da subito che avrei avuto modo di lavorare con una persona con grande competenza e che mi avrebbe seguito molto attentamente nel percorso: questa persona è Henri Diémoz. Insieme a lui ho studiato gli effetti radiativi dell’aerosol atmosferico, uscendo un po’ quindi dagli ambiti che mi erano più vicini. Tuttavia, lavorare con una persona molto competente, rigorosa e professionale, e che mi ha seguito con dedizione durante la tesi, mi ha insegnato moltissimo. Da inizio anno circa svolgi il ruolo di Collaboratore tecnico presso Arpa Piemonte. In cosa consiste il tuo lavoro? Il mio lavoro in Arpa Piemonte si divide in due compiti principali: il primo è chiaramente quello legato alle previsioni meteo operative, inquadrate nei turni con i miei colleghi e le mie colleghe. Questo significa che, in media un giorno a settimana circa, sono la persona incaricata di elaborare l’informazione data dai modelli numerici per produrre bollettini di previsione, prodotti accessori e briefing per descrivere la situazione alle autorità locali e nazionali. L’altra parte del lavoro comprende tutte le attività di ricerca, sviluppo e approfondimento: si tratta di svolgere attività di ricerca su tematiche affini al nostro lavoro, creare procedure o prodotti che aiutino nel lavoro operativo di previsione, o condurre approfondimenti su eventi meteorologici/climatici importanti. Tutto questo viene fatto nell’ottica di migliorare sempre più la nostra conoscenza dei fenomeni oggetto del nostro lavoro e del loro impatto sul nostro territorio. Hai avuto l’occasione di lavorare in diverse agenzie Arpa: com’è l’ambiente lavorativo nel settore pubblico? Come spesso accade, ogni ambiente è diverso e ha le sue specificità, dipendendo soprattutto dalle persone che vi lavorano. Devo dire che in ognuna delle agenzie le persone con cui ho lavorato si sono mostrate molto preparate, volenterose, e anche piacevoli e disponibili a livello personale. In tutti gli ambienti quindi mi sono trovato accolto e immerso in ambienti positivi, costruttivi e di piena collaborazione. Aggiungo che mi è sempre stata lasciata molta libertà nella scelta delle tematiche di ricerca da approfondire, quindi direi che chiunque abbia un’idea interessante da portare viene sostenuto. Ci sono alcuni aspetti meno positivi, bisogna essere sinceri: l’essere parte di agenzie più grandi in cui sono incluse molte altre strutture, che si occupano di altre tematiche (ugualmente importanti, chiaramente) rende a volte difficile, per il personale dirigenziale e amministrativo, comprendere le nostre necessità. Un aspetto importante in cui viene declinato questo limite è quello delle risorse che vengono messe a disposizione per il nostro lavoro, che noi vorremmo maggiori per strutture, strumenti e formazione. Un’altra conseguenza di questo è la faticosa assunzione di persone giovani e con spinta innovativa, ma forse su questo si sono iniziati a vedere progressi negli ultimi tempi. Come ultima domanda ti chiedo: quali sono le tue fonti per rimanere continuamente aggiornato in ambito meteorologico? Provo a rimanere attivo su molti fronti: anche se l’attività operativa richiede il

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I ghiacciai raccontano

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024 “I ghiacciai raccontano” è il libro di Giovanni Baccolo che ci racconta di come questi giganti bianchi abbiano moltissime storie da raccontare e di come, oggi siano fortemente minacciati dal cambiamento climatico in atto Percepiamo i ghiacciai come un’entità monocromatica: schegge bianche in profondo affanno. Nell’immaginario comune i ghiacciai sanno fare solo una cosa: ritirarsi. Non c’è da sorprendersi: su una Terra sempre più calda a causa della nostra influenza sul clima, lo spazio per i ghiacciai è destinato a ridursi. Dimentichiamo che i ghiacciai sanno fare molto di più. Non sono soltanto un affascinante fenomeno: i ghiacciai sono piccoli mondi in continuo dialogo con l’ambiente circostante. Hanno scolpito interi continenti, influenzato il livello dei mari, prodotto enormi quantità di sedimenti e fornito acqua dolce a vaste porzioni dei continenti. Ospitano poi tante forme di vita adattate a quegli ambienti solo in apparenza desolati. Infine, anche noi umani abbiamo imparato a percorrerli e a trarre vantaggio da essi. Non siamo indenni al fascino misterioso dei ghiacci perenni. Raccontare alcune delle storie custodite dai ghiacciai della Terra è il fine del libro “I ghiacciai raccontano” (edizioni People) di Giovanni Baccolo, ricercatore in glaciologia all’Università di Roma Tre. Nel volume trovano spazio aspetti scientifici, geografici e vicende legate a personalità che hanno incrociato la propria esistenza con i ghiacciai: Wegener, Scott, Ötzi, per citarne alcune. Dall’Antartide alla Groenlandia, passando per gli innumerevoli ghiacciai montani sparsi sulle montagne di tutti i continenti. I ghiacciai, al pari degli organismi viventi, hanno una loro diversità che è espressione del tormentato dialogo sviluppato con il territorio e con il clima in cui è immerso. Oggi questo patrimonio scientifico, naturalistico, economico e anche culturale, è minacciato dal cambiamento climatico di origine antropica. Rispetto a quest’ultimo, i ghiacciai sono vittima, strumento di conoscenza e fonte di impatto. Nelle pagine del libro, questo rapporto sfaccettato viene approfondito nelle sue molteplici sfumature, mostrando che insieme al ghiaccio che fonde stiamo perdendo qualcosa di molto importante.

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Simulazioni di traiettorie tridimensionali di rifiuti plastici nel mare del Golfo di Napoli

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024 L’inquinamento marino da plastica riceve oggi molta attenzione ed è oggetto di numerosi studi scientifici. La quantità di plastica negli oceani ha raggiunto proporzioni allarmanti, non esiste nessun angolo, se pur molto remoto, che non abbia il segno di questo inquinamento. Gli elementi di plastica che finiscono in mare (Figura 1) sono soggetti all’azione delle correnti marine e del moto ondoso, soprattutto negli strati superficiali; le macroplastiche che galleggiano sono sospinte anche dal vento (windage). In mare i rifiuti di plastica di grandi dimensioni possono frammentarsi in pezzi più piccoli a causa della degradazione (fragmentation). Le plastiche più pesanti dell’acqua di mare affondano sul fondo marino (sinking), mentre quelle più leggere galleggiano sulla superficie fino a quando la loro densità è inferiore a quella dell’acqua locale. Invero, le plastiche galleggianti subiscono in ambiente marino svariati processi fisici, dinamici, biologici e chimici, che ne possono aumentare la densità e possono favorirne lo sprofondamento, come, ad esempio, la crescita e l’accumulo su di essi di microrganismi, alghe o piccoli animali (effetto biofouling); inoltre spesso i rifiuti plastici galleggianti finiscono per spiaggiarsi andando ad aumentare l’inquinamento delle coste (beach litter). Infine, la plastica che raggiunge il fondale marino o si spiaggia può essere risospesa (resuspension) per l’azione delle onde e delle correnti. Questi processi sono molto complessi e dipendono principalmente dalle caratteristiche dei rifiuti, che hanno forme, dimensioni e composizioni chimiche molto diverse. Il ruolo dell’oceanografia Per tali motivi, il monitoraggio dell’inquinamento da plastiche in mare risulta estremamente complicato e richiede sicuramente un approccio multidisciplinare. In questo contesto, il contributo dell’oceanografia fisica è essenziale per studiare il trasporto e i processi fisici che determinano la dinamica del detrito di plastica in ambiente marino. Le osservazioni in situ (raccolta di campioni di particelle di plastica su varie scale spaziali e temporali) o da remote sensing (misure ottenute principalmente con sensori che operano nello spettro del visibile e dell’infrarosso a onde corte montati su satelliti, droni o aerei.) possono fornire dati sulla distribuzione e sulle proprietà della plastica, come la morfologia, la densità e le dimensioni. Ma ad oggi, la maggior parte delle conoscenze sulla distribuzione della plastica nell’oceano globale deriva dalle simulazioni del trasporto di particelle di plastica (trattate numericamente come traccianti passivi trasportati dalle correnti) con modelli numerici che simulano le correnti e il campo di densità del mare. Le simulazioni numeriche colmano il divario spaziale e temporale delle osservazioni in situ e da remoto. L’approccio più usato è dato dalle simulazioni lagrangiane che utilizzano campi di velocità euleriani, ottenuti da osservazioni o da modelli, per ottenere i percorsi delle particelle virtuali trasportate passivamente dalle correnti marine. Il mar Mediterraneo, che ci riguarda da vicino, è un bacino semi-chiuso che riceve acqua in entrata dall’oceano Atlantico e questo afflusso d’acqua bilancia la perdita dovuta ad intensi fenomeni di evaporazione che lo caratterizzano. Le acque del mar Mediterraneo Altri contributi minori di acqua sono dovuti alle precipitazioni e agli apporti fluviali. Le acque del mar Mediterraneo hanno un tempo di rinnovo di circa 100 anni. A causa del lento rinnovamento delle acque e del forte impatto antropico, dovuto all’alta densità abitativa delle sue coste, il Mediterraneo è una delle aree marine più colpite dall’inquinamento. I rifiuti marini del Mediterraneo Mediterraneo sono composti per il 70% – 90% da plastica (soprattutto imballaggi, sacchetti, involucri e oggetti legati alla pesca (figura 2), come rilevato dal Mediterranean Action Plan of the United Nations Environment Programme (UNEP/MAP, Programme) A differenza dell’oceano globale, il Mediterraneo è un bacino dissipativo; infatti, l’accumulo di plastica sul fondo e sulle coste è più consistente rispetto agli elementi plastici galleggianti. La distribuzione delle plastiche nei sottobacini del Mar Mediterraneo è influenzata da una complessa interazione tra pozzi, fonti di rifiuti e tempi di permanenza in mare di polimeri diversi. Gli studi sul Golfo di Napoli Il Golfo di Napoli è un golfo semi chiuso che si affaccia sul mar Tirreno meridionale e rappresenta un’interessante area test per lo studio del trasporto delle plastiche in mare in quanto le sue coste sono tra le più densamente popolate del bacino Mediterraneo. Un recente studio ha fornito una prima valutazione degli scenari di trasporto tridimensionale che possono verificarsi quando diversi tipi di polimeri plastici raggiungono l’ambiente marino del golfo di Napoli. La scelta di condizioni di rilascio invernali ed estive ha permesso di capire l’effetto delle caratteristiche idrodinamiche stagionali sulla dinamica delle particelle nel golfo di Napoli. I polimeri analizzati sono il poliestere (PS), poliammide (PA) e polietilene tetraedrico (PET). Per quanto riguarda l’area di rilascio, sono state identificate 3 aree hotspot da cui si presume che provengano i maggiori sversamenti di detriti plastici: la foce del fiume Sarno, il porto di Napoli e l’area costiera di Bagnoli (Figura 3). Le simulazioni lagrangiane delle traiettorie tridimensionali sono realizzate grazie ai campi di corrente e di densità ottenuti dal Campania Regional Ocean Model (CROM), un modello oceanico implementato con alta risoluzione lungo le coste della Campania dall’università Parthenope (per approfondire le caratteristiche e l’implementazione del CROM consultare de Ruggiero et al., 2016). Nel caso di particelle come il PA o il PET l’affondamento è molto rapido, quindi gli scenari estivi e invernali sono simili poiché il trasporto orizzontale e il contributo della componente verticale sono limitati. In queste condizioni, ci si può aspettare che una potenziale particella si depositi in aree vicine alla zona di rilascio, se si trascura la risospensione dovuta ai moti turbolenti. D’altro canto, il destino delle particelle come il PS dipenderà dalle caratteristiche avvettive del campo di correnti orizzontali e verticale, nonché dalle caratteristiche idrologiche dell’ambiente marino (Figura 3). Se ci si concentra sulle condizioni dinamiche del mare, durante il periodo estivo le correnti deboli riducono il trasporto orizzontale delle particelle rispetto agli scenari invernali, aumentando così la sedimentazione nelle aree marine vicine alla zona di rilascio. Considerando invece le caratteristiche idrologiche, in inverno si osservano tassi di sedimentazione leggermente più lenti rispetto al periodo estivo, come risultato del rimescolamento invernale della

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Polveri desertiche: aspetti generali e trend recenti

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024 Le polveri minerali di origine desertica sono una componente rilevante dell’aerosol atmosferico a scala globale (Ginoux et al., 2012; Kinne et al., 2006 and Wu et al., 2020). Presenti con differenti granulometrie e composizione chimica, sono coinvolte in numerosi processi fisici atmosferici ed oceanici: contribuiscono alla formazione di nubi e precipitazione, partecipano al trasferimento radiativo, sia mediante interazione diretta con la radiazione, sia tramite effetti indiretti prodotti dalle dinamiche che le coinvolgono. Le polveri desertiche risultano pertanto rilevanti nello sviluppo e nella modulazione di dinamiche meteorologiche ed in alcuni importanti meccanismi di feedback su scala climatologica (IPCC, AR6 WGI, Chps 6, 7, Mahowald et al. 2024, Skeie et al. 2024). Inoltre, le polveri desertiche, hanno un ruolo importante nella biogeochimica del sistema terra, influenzando le dinamiche di molti ecosistemi sia terrestri che oceanici, e contribuendo, in certi casi in modo rilevante, alla qualità dell’aria. Per una panoramica generale si vedano i report annuali WMO sul tema, al link: https://wmo.int/publication-series/wmo-airborne-dust-bulletin. La presenza di particolato desertico, a differenti quote in atmosfera ed in specifiche aree terrestri, è legata all’instaurarsi di una ben precisa sequenza di processi: caricamento in atmosfera; trasporto, anche a lungo raggio; deposizione al suolo. Il caricamento in atmosfera di ingenti quantitativi di polveri richiede meccanismi di sollevamento, la cui efficienza è legata all’intensità dei venti nei bassi strati ed alla conseguente turbolenza da essi indotta nello strato limite, associata alla presenza di convezione sufficientemente intensa e profonda, in modo da portare le polveri a quote elevate. Fenomeni estremi legati a queste dinamiche sono rappresentati da tempeste di sabbia e haboob, che producono il sollevamento dal suolo di grandi quantitativi di polvere minerale, con importanti impatti nelle aree direttamente colpite (Ginoux et al.,2012). La disponibilità al suolo di ingenti quantitativi di polvere è specifica di alcune regioni del globo, che si qualificano come le aree sorgenti d’elezione. Queste aree sono caratterizzate da condizioni climatiche aride, con una storia geologica particolarmente favorevole all’accumulo di polveri e sedimenti, come ad esempio in corrispondenza di laghi e fiumi prosciugati o effimeri (Prospero et al., 2002, Ginoux et al., 2012). Tali condizioni, fortemente dipendenti dall’umidità del terreno, e anche, per alcune aree sorgenti, dalla copertura nevosa, risentono delle variazioni stagionali e dell’evoluzione climatica. Le aree sorgenti che contribuiscono maggiormente all’immissione di polvere minerale in atmosfera sono prevalentemente ubicate entro le zone desertiche delle fasce subtropicali. La principale di esse è l’area Sahariana e le zone limitrofe (Prospero et al., 2002, Ginoux et al., 2012, Gavrouzou et al., 2021(a)), come visibile in Figura 1(b). Altre importanti aree sorgenti si trovano in Arabia, in Asia Centrale, nel Sud-Ovest degli Stati Uniti ed in Australia (Prospero et al., 2002, Ginoux et al., 2012). Ad esse si aggiungono, inoltre, le zone aride di alta latitudine (>50°N e >40°S) (Fig. 1a) che costituiscono aree sorgenti capaci di rilasciare regolarmente quantitativi di polvere non trascurabili, seppur minoritari, pari a circa il 5% del budget globale (Bullard et al. 2016, Meinander et al. 2022). In uno scenario di cambiamento climatico quale quello attualmente in corso, l’importanza e l’estensione delle diverse aree sorgenti potrebbero subire variazioni anche rilevanti.  Al caricamento in atmosfera, con conseguente formazione di plume di polvere desertica, segue la fase di trasporto, che spesso è di lungo raggio, soprattutto se il plume è sollevato sino ad essere soggetto agli intensi venti d’alta quota. La distanza a cui vengono trasportate le polveri dipende in ultima analisi dal tipo di circolazione presente e dall’intensità del vento associato a queste circolazioni che, in alcuni casi, possono determinare un trasporto delle polveri fino a siti molto distanti dalle aree sorgenti.  A causa delle regolarità nello sviluppo dei pattern di circolazione atmosferica, si hanno ricorrenze nel trasporto di polveri provenienti da una data area sorgente verso determinate aree di deposizione. Per contro, in corrispondenza di differenti pattern di circolazione atmosferica, su una data area di deposizione possono essere trasportate polveri provenienti da diverse aree sorgenti. L’utilizzo delle back-trajectories, ricostruite tramite modellistica numerica, può aiutare nell’analisi delle possibili aree di provenienza delle polveri (https://www.ready.noaa.gov/hypub-bin/trajtype.pl) Inoltre, l’area di origine delle polveri minerali trasportate può essere determinata tramite specifiche analisi chimiche e fisiche dei campioni di aerosol prelevati nell’area di deposizione, in base alla composizione del suolo delle diverse aree sorgenti (Alastuey et al., 2016, Rodríguez et al., 2020). La deposizione al suolo della polvere desertica si realizza a seguito di specifiche dinamiche locali, capaci di attivare un deciso moto discendente della massa d’aria. L’instaurarsi di tali dinamiche in coincidenza spazio-temporale con l’arrivo di un plume di polvere desertica su una determinata area può produrre, in tempi anche molto brevi, variazioni importanti delle concentrazioni di particolato nello strato limite, con impatti rilevanti sulle condizioni fisiche e chimiche locali, influenzando quindi in modo determinante la qualità dell’aria, con riduzione della visibilità ed effetti sulla salute umana.  Con il continuo monitoraggio satellitare è possibile valutare globalmente il contributo delle polveri desertiche in atmosfera. Un interessante strumento di visualizzazione di dati da telerilevamento satellitare, tra cui anche immagini e parametri che caratterizzano la presenza di polveri desertiche in atmosfera, è disponibile al seguente link:  https://worldview.earthdata.nasa.gov/ Uno dei principali fenomeni, ben visibile da satellite, è il continuo trasporto di polveri Sahariane sulla limitrofa fascia di Oceano Atlantico, sino a raggiungere il centro America (Figura 2, visibile anche in Figura 1(c)), ad opera delle intense circolazioni zonali orientali, tipicamente presenti sull’Africa centro-occidentale. In quest’area, i quantitativi di polveri trasportate sono spesso abbondanti e le loro ricadute contribuiscono in modo rilevante alla biogeochimica dell’Atlantico e dell’area Amazonica (Harr et al. 2024, Van der Does et al. 2021).  Anche l’area Mediterranea e buona parte dell’Europa vengono frequentemente interessate da intrusioni desertiche (Gavrouzou et al., 2021(b)). Il trasporto long-range delle polveri minerali può causare elevati valori di concentrazione di PM10 e in alcuni casi contribuire al superamento dei valori limite previsti dalla normativa europea (Directive 2008/50/EC). Per identificare questi contributi, che in alcuni paesi europei – Spagna, Italia, Grecia – possono avere un impatto

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