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I ghiacciai raccontano

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024 “I ghiacciai raccontano” è il libro di Giovanni Baccolo che ci racconta di come questi giganti bianchi abbiano moltissime storie da raccontare e di come, oggi siano fortemente minacciati dal cambiamento climatico in atto Percepiamo i ghiacciai come un’entità monocromatica: schegge bianche in profondo affanno. Nell’immaginario comune i ghiacciai sanno fare solo una cosa: ritirarsi. Non c’è da sorprendersi: su una Terra sempre più calda a causa della nostra influenza sul clima, lo spazio per i ghiacciai è destinato a ridursi. Dimentichiamo che i ghiacciai sanno fare molto di più. Non sono soltanto un affascinante fenomeno: i ghiacciai sono piccoli mondi in continuo dialogo con l’ambiente circostante. Hanno scolpito interi continenti, influenzato il livello dei mari, prodotto enormi quantità di sedimenti e fornito acqua dolce a vaste porzioni dei continenti. Ospitano poi tante forme di vita adattate a quegli ambienti solo in apparenza desolati. Infine, anche noi umani abbiamo imparato a percorrerli e a trarre vantaggio da essi. Non siamo indenni al fascino misterioso dei ghiacci perenni. Raccontare alcune delle storie custodite dai ghiacciai della Terra è il fine del libro “I ghiacciai raccontano” (edizioni People) di Giovanni Baccolo, ricercatore in glaciologia all’Università di Roma Tre. Nel volume trovano spazio aspetti scientifici, geografici e vicende legate a personalità che hanno incrociato la propria esistenza con i ghiacciai: Wegener, Scott, Ötzi, per citarne alcune. Dall’Antartide alla Groenlandia, passando per gli innumerevoli ghiacciai montani sparsi sulle montagne di tutti i continenti. I ghiacciai, al pari degli organismi viventi, hanno una loro diversità che è espressione del tormentato dialogo sviluppato con il territorio e con il clima in cui è immerso. Oggi questo patrimonio scientifico, naturalistico, economico e anche culturale, è minacciato dal cambiamento climatico di origine antropica. Rispetto a quest’ultimo, i ghiacciai sono vittima, strumento di conoscenza e fonte di impatto. Nelle pagine del libro, questo rapporto sfaccettato viene approfondito nelle sue molteplici sfumature, mostrando che insieme al ghiaccio che fonde stiamo perdendo qualcosa di molto importante.

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Polveri desertiche: aspetti generali e trend recenti

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024 Le polveri minerali di origine desertica sono una componente rilevante dell’aerosol atmosferico a scala globale (Ginoux et al., 2012; Kinne et al., 2006 and Wu et al., 2020). Presenti con differenti granulometrie e composizione chimica, sono coinvolte in numerosi processi fisici atmosferici ed oceanici: contribuiscono alla formazione di nubi e precipitazione, partecipano al trasferimento radiativo, sia mediante interazione diretta con la radiazione, sia tramite effetti indiretti prodotti dalle dinamiche che le coinvolgono. Le polveri desertiche risultano pertanto rilevanti nello sviluppo e nella modulazione di dinamiche meteorologiche ed in alcuni importanti meccanismi di feedback su scala climatologica (IPCC, AR6 WGI, Chps 6, 7, Mahowald et al. 2024, Skeie et al. 2024). Inoltre, le polveri desertiche, hanno un ruolo importante nella biogeochimica del sistema terra, influenzando le dinamiche di molti ecosistemi sia terrestri che oceanici, e contribuendo, in certi casi in modo rilevante, alla qualità dell’aria. Per una panoramica generale si vedano i report annuali WMO sul tema, al link: https://wmo.int/publication-series/wmo-airborne-dust-bulletin. La presenza di particolato desertico, a differenti quote in atmosfera ed in specifiche aree terrestri, è legata all’instaurarsi di una ben precisa sequenza di processi: caricamento in atmosfera; trasporto, anche a lungo raggio; deposizione al suolo. Il caricamento in atmosfera di ingenti quantitativi di polveri richiede meccanismi di sollevamento, la cui efficienza è legata all’intensità dei venti nei bassi strati ed alla conseguente turbolenza da essi indotta nello strato limite, associata alla presenza di convezione sufficientemente intensa e profonda, in modo da portare le polveri a quote elevate. Fenomeni estremi legati a queste dinamiche sono rappresentati da tempeste di sabbia e haboob, che producono il sollevamento dal suolo di grandi quantitativi di polvere minerale, con importanti impatti nelle aree direttamente colpite (Ginoux et al.,2012). La disponibilità al suolo di ingenti quantitativi di polvere è specifica di alcune regioni del globo, che si qualificano come le aree sorgenti d’elezione. Queste aree sono caratterizzate da condizioni climatiche aride, con una storia geologica particolarmente favorevole all’accumulo di polveri e sedimenti, come ad esempio in corrispondenza di laghi e fiumi prosciugati o effimeri (Prospero et al., 2002, Ginoux et al., 2012). Tali condizioni, fortemente dipendenti dall’umidità del terreno, e anche, per alcune aree sorgenti, dalla copertura nevosa, risentono delle variazioni stagionali e dell’evoluzione climatica. Le aree sorgenti che contribuiscono maggiormente all’immissione di polvere minerale in atmosfera sono prevalentemente ubicate entro le zone desertiche delle fasce subtropicali. La principale di esse è l’area Sahariana e le zone limitrofe (Prospero et al., 2002, Ginoux et al., 2012, Gavrouzou et al., 2021(a)), come visibile in Figura 1(b). Altre importanti aree sorgenti si trovano in Arabia, in Asia Centrale, nel Sud-Ovest degli Stati Uniti ed in Australia (Prospero et al., 2002, Ginoux et al., 2012). Ad esse si aggiungono, inoltre, le zone aride di alta latitudine (>50°N e >40°S) (Fig. 1a) che costituiscono aree sorgenti capaci di rilasciare regolarmente quantitativi di polvere non trascurabili, seppur minoritari, pari a circa il 5% del budget globale (Bullard et al. 2016, Meinander et al. 2022). In uno scenario di cambiamento climatico quale quello attualmente in corso, l’importanza e l’estensione delle diverse aree sorgenti potrebbero subire variazioni anche rilevanti.  Al caricamento in atmosfera, con conseguente formazione di plume di polvere desertica, segue la fase di trasporto, che spesso è di lungo raggio, soprattutto se il plume è sollevato sino ad essere soggetto agli intensi venti d’alta quota. La distanza a cui vengono trasportate le polveri dipende in ultima analisi dal tipo di circolazione presente e dall’intensità del vento associato a queste circolazioni che, in alcuni casi, possono determinare un trasporto delle polveri fino a siti molto distanti dalle aree sorgenti.  A causa delle regolarità nello sviluppo dei pattern di circolazione atmosferica, si hanno ricorrenze nel trasporto di polveri provenienti da una data area sorgente verso determinate aree di deposizione. Per contro, in corrispondenza di differenti pattern di circolazione atmosferica, su una data area di deposizione possono essere trasportate polveri provenienti da diverse aree sorgenti. L’utilizzo delle back-trajectories, ricostruite tramite modellistica numerica, può aiutare nell’analisi delle possibili aree di provenienza delle polveri (https://www.ready.noaa.gov/hypub-bin/trajtype.pl) Inoltre, l’area di origine delle polveri minerali trasportate può essere determinata tramite specifiche analisi chimiche e fisiche dei campioni di aerosol prelevati nell’area di deposizione, in base alla composizione del suolo delle diverse aree sorgenti (Alastuey et al., 2016, Rodríguez et al., 2020). La deposizione al suolo della polvere desertica si realizza a seguito di specifiche dinamiche locali, capaci di attivare un deciso moto discendente della massa d’aria. L’instaurarsi di tali dinamiche in coincidenza spazio-temporale con l’arrivo di un plume di polvere desertica su una determinata area può produrre, in tempi anche molto brevi, variazioni importanti delle concentrazioni di particolato nello strato limite, con impatti rilevanti sulle condizioni fisiche e chimiche locali, influenzando quindi in modo determinante la qualità dell’aria, con riduzione della visibilità ed effetti sulla salute umana.  Con il continuo monitoraggio satellitare è possibile valutare globalmente il contributo delle polveri desertiche in atmosfera. Un interessante strumento di visualizzazione di dati da telerilevamento satellitare, tra cui anche immagini e parametri che caratterizzano la presenza di polveri desertiche in atmosfera, è disponibile al seguente link:  https://worldview.earthdata.nasa.gov/ Uno dei principali fenomeni, ben visibile da satellite, è il continuo trasporto di polveri Sahariane sulla limitrofa fascia di Oceano Atlantico, sino a raggiungere il centro America (Figura 2, visibile anche in Figura 1(c)), ad opera delle intense circolazioni zonali orientali, tipicamente presenti sull’Africa centro-occidentale. In quest’area, i quantitativi di polveri trasportate sono spesso abbondanti e le loro ricadute contribuiscono in modo rilevante alla biogeochimica dell’Atlantico e dell’area Amazonica (Harr et al. 2024, Van der Does et al. 2021).  Anche l’area Mediterranea e buona parte dell’Europa vengono frequentemente interessate da intrusioni desertiche (Gavrouzou et al., 2021(b)). Il trasporto long-range delle polveri minerali può causare elevati valori di concentrazione di PM10 e in alcuni casi contribuire al superamento dei valori limite previsti dalla normativa europea (Directive 2008/50/EC). Per identificare questi contributi, che in alcuni paesi europei – Spagna, Italia, Grecia – possono avere un impatto

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Simulazioni di collasso spontaneo della AMOC

Articolo tratto dalla Newsletter n° 019 del 4 settembre 2024. L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un sistema di correnti oceaniche che interessa il bacino atlantico. È un sistema di fondamentale importanza per il clima, perché contribuisce a regolare i trasporti meridionali di calore e sale. La sua struttura è caratterizzata da un ramo superficiale caldo e salino che corre in direzione nord, ed un ramo profondo e freddo che corre in direzione opposta. Un elemento chiave per comprendere il funzionamento e la struttura della AMOC è legato allo sprofondamento di acqua densa (fredda e salata) nel Nord Atlantico subpolare. Infatti, alle alte latitudini arrivano acque superficiali relativamente calde e saline. Queste rilasciano calore all’atmosfera polare più fredda. Ne risultano acque superficiali più dense rispetto a quelle sottostanti, attivando così un processo di convezione. Il sesto report dell’IPCC (Masson-Delmotte, Zhai et al, 2021) afferma che l’intensità della AMOC con molta probabilità potrebbe diminuire in risposta ai cambiamenti climatici di origine antropica. In particolare i modelli climatici prevedono un indebolimento della AMOC tra il 25% e il 45% entro il 2100. Questo è dovuto ad una diminuzione della densità superficiale dell’oceano nel Nord Atlantico, a causa della progressiva fusione della calotta glaciale della Groenlandia, della fusione del ghiaccio marino, dell’aumento delle precipitazioni alle alte latitudini atlantiche, e del relativo riscaldamento delle acque superficiali subpolari. Allo stesso tempo, per quanto riguarda la possibilità di un collasso della AMOC (tipping point) lo stesso report afferma che “C’è un livello di confidenza medio (medium confidence) sul fatto che non ci sarà un collasso improvviso prima del 2100. Se un tale collasso dovesse verificarsi, molto probabilmente causerebbe cambiamenti improvvisi nei pattern meteorologici regionali e nel ciclo idrologico.” Infatti, che la AMOC possa avere più stati stabili (di cui uno tipicamente con AMOC spenta) è stato suggerito già da alcuni decenni, anche se non è universalmente accettato in quale condizione di stabilità si trovi oggi la AMOC (Weijer et al, 2019). In breve, un collasso della AMOC in risposta ai cambiamenti climatici è in principio possibile ma non sappiamo dire quali siano le soglie critiche (ovvero livelli di guardia in alcune variabili climatologiche oltre i quali il sistema è destabilizzato) di questo possibile tipping, visto che diversi studi hanno portato a risultati significativamente diversi tra loro. Mentre tipicamente gli studi sulla stabilità ed evoluzione della AMOC vengono affrontati introducendo forzanti esterne (aumento CO2 o immissione forzata di acqua dolce nel bacino atlantico, detto freshwater forcing), in Cini et al. 2024, (pubblicato su NPJ climate and atmospheric science) abbiamo analizzato la possibilità di un collasso spontaneo della AMOC. Infatti, i tipping in un sistema dinamico sono tipicamente indotti dall’effetto combinato di un forcing esterno e della variabilità interna del sistema. Esplorare il ruolo della variabilità interna può aiutare quindi a comprendere quali processi possono favorire il collasso. Tuttavia, visto che collassi spontanei della AMOC sono eventi estremamente rari, praticamente impossibili da osservare in simulazioni climatiche, il ruolo della variabilità interna in tali processi è rimasto ad oggi largamente inesplorato. Nello studio abbiamo affrontato il problema utilizzando un algoritmo atto a selezionare eventi rari (rare event sampling). Il compito di questo algoritmo è quello di selezionare, all’interno di un insieme di simulazioni, le traiettorie “più promettenti” e scartare le altre. In pratica, si lancia una simulazione con 100 membri, i quali si differenziano tra di loro solo per una piccola perturbazione casuale nello stato iniziale. Al termine di ogni anno di simulazione, tra i 100 membri vengono salvati solo quelli con un valore più basso di AMOC rispetto agli altri, che invece vengono scartati. I membri salvati vengono clonati nuovamente, aggiungendo del rumore, fino a ricostituire un nuovo ensemble di 100 membri. La simulazione dell’anno successivo può quindi ripartire. Così facendo si riducono notevolmente i costi computazionali legati alle simulazioni di eventi rari. Per le simulazioni è stato usato un modello di circolazione generale a complessità intermedia, composto da PlaSIM (per la circolazione atmosferica, il ghiaccio marino, e lo strato superficiale oceanico) ed LSG (per la circolazione oceanica profonda e di larga scala). I risultati ottenuti mostrano che l’AMOC può collassare spontaneamente a causa della sua variabilità climatica interna, anche senza forzanti esterne (figura 1). Inoltre, alcune traiettorie tracciate dal modello mostrano un collasso che persiste per centinaia di anni, suggerendo il passaggio di un tipping point e l’instaurarsi di una nuova configurazione stabile per l’AMOC. Nelle nostre simulazioni, il collasso della AMOC comporta una diminuzione generale delle temperature nell’emisfero boreale, con un calo dell’ordine di 1.5° C nei continenti settentrionali e di 0.5 °C a livello globale (figura 2), con ricadute anche sui pattern di precipitazione e sulla circolazione generale atmosferica (in particolare uno spostamento del jet atlantico in direzione nord). L’applicazione dell’algoritmo ha consentito, inoltre, di indagare i meccanismi interni alla variabilità climatica che favoriscono il collasso della AMOC. In questo esperimento e con questo modello, in particolare emerge che un aumento dei venti di superficie nel bacino Nord Atlantico possa creare condizioni favorevoli al collasso della AMOC (figura 3). La catena di meccanismi che, partendo da queste anomalie di vento, porta al collasso della AMOC non è chiara. Tuttavia suggeriamo che le anomalie di vento zonale, che inducono una corrente superficiale in direzione meridionale, possano indebolire la circolazione tipica della AMOC e causare quindi un indebolimento della convezione nel Labrador Sea, a sua volta ne risulta indebolita la formazione di acqua profonda. In definitiva, abbiamo osservato che la variabilità interna atmosferica del sistema può portare ad un collasso della AMOC anche in assenza di forzanti esterne. Inoltre il fatto che questo algoritmo sia riuscito ad evidenziare un tipping point della AMOC, potrebbe aprire la strada ad ulteriori applicazioni in questo campo. La sua utilità sta nella possibilità di generare eventi rari senza introdurre alcuna forzante esterna. Questo può essere particolarmente utile nei casi in cui la conoscenza dei meccanismi che forzano un determinato evento sia scarsa. È bene precisare che gli eventi spontanei osservati nelle simulazioni sono comunque estremamente rari. Motivo per cui non

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