Alpi neve 30%

Neve in diminuzione sulle Alpi: più del 30 % in meno in cent’anni 

Articolo tratto dalla Newsletter n° 20 – dicembre 2024

Alpi neve 30%
Figura 1. Alpi senza neve. Immagine satellitare del 27.10.2022

Nel corso dell’ultimo secolo, e in particolare a partire dagli anni ottanta del novecento, la quantità di neve fresca che cade sulle Alpi è diminuita, in modo più vistoso a bassa quota e sul versante meridionale della catena montuosa, nonostante un lieve aumento delle precipitazioni invernali complessive.

Sono i risultati principali dello studio “Long-term snowfall trends and variability in the Alps”, pubblicato ad accesso libero il 18 agosto 2024 sull’International Journal of Climatology, e frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori italiani coordinati da Michele Bozzoli e afferenti a diversi istituti e centri di ricerca (Università degli studi di Trento – Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica; Società Meteorologica Italiana; EURAC Research of Bolzano; European Organisation for the Exploitation of Meteorological Satellites – EUMETSAT, Darmstadt, Germany; Laboratory for Air Pollution/Environmental Technology, Dübendorf, Svizzera). Per la prima volta sono state analizzate 46 serie secolari (1920-2020) di dati stagionali (novembre-maggio) di neve fresca a differenti altitudini (da 56 m a 1878 m) lungo tutto l’arco alpino e le pianure adiacenti, mettendo anche in relazione la variabilità e le tendenze nivometriche osservate con le temperature e le precipitazioni, e con alcuni indici di teleconnessione che descrivono gli schemi generali di circolazione atmosferica nella regione euro-atlantica.

Nei cent’anni di dati considerati, i settori Sud-Ovest (corrispondente a gran parte del Nord Italia) e Sud-Est (estremo Nord-Est italiano e Slovenia occidentale) della regione alpina hanno sperimentato le diminuzioni più nette delle quantità di neve fresca, mostrando tendenze rispettivamente di -4.9% e -3.8% al decennio. Nevica meno anche sul versante settentrionale dell’arco alpino, ma con tendenza alla riduzione meno marcata (-2.3% al decennio).

Alpi neve 30%
Figura 2. Distribuzione spaziale dei trend stagionali di nevicate (HN) (a), precipitazioni (P) (b) e temperatura media dell’aria (TMEAN) (c), espressi rispettivamente in [%/decade], [%/decade] e [°C/decade]. Ogni punto rappresenta una stazione e il corrispondente valore di tendenza: i triangoli blu/rossi indicano tendenze positive/negative (negative/positive) per le precipitazioni (temperature); i quadrati grigi indicano tendenze trascurabili. I simboli pieni indicano tendenze significative

Nell’intero periodo secolare oggetto di studio, le variazioni sono state pari a -34% nell’insieme delle Alpi, -49% nel Sud-Ovest, -38% nel Sud-Est e -23% nel Nord. Dunque in un centinaio di anni le quantità di neve fresca si sono mediamente ridotte di un terzo, e si sono perfino dimezzate su gran parte del Nord Italia. Nel complesso, la causa principale della diminuzione della neve fresca va ricercata non tanto in minori precipitazioni invernali (pioggia e neve fusa), le quali al contrario sono leggermente aumentate nei settori Sud-Ovest e Nord delle Alpi (beninteso al netto di una marcata variabilità interannuale che può proporre di quando in quando stagioni molto secche come quelle estreme del 2021-22 e 2022-23), quanto in un aumento delle temperature medie valutato in +0.15 °C/decennio (ovvero +1.5 °C/secolo) e omogeneamente distribuito nelle regioni analizzate.

Solo nel settore Sud-Est (estreme Alpi orientali italiane e Slovenia) alla diminuita nevosità ha contribuito in parte anche una certa riduzione delle precipitazioni invernali a lungo termine. La diminuzione delle quantità di neve fresca è più evidente sotto i 1000 m di quota, dove l’aumento di temperatura degli ultimi decenni ha in gran parte trasformato in pioggia le nevicate invernali. Alle quote superiori spesso le condizioni termiche sono ancora favorevoli al verificarsi di copiose nevicate, allorché si instaurino situazioni propizie a precipitazioni abbondanti, come avvenuto ad esempio nella primavera 2024.

Tuttavia, anche quando nevica in quantità, spessore e durata del manto nevoso sono penalizzati dalle temperature medie in aumento, come segnalato da Matiu et al. (2021) in “Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019” (vedi Newsletter n. 6 Anno 2021, pag 12). Mentre le tendenze delle precipitazioni complessive e delle temperature sono relativamente omogenee alle diverse quote delle Alpi, quella della neve fresca è fortemente dipendente dall’altitudine: nevica meno soprattutto alle quote di bassa montagna e in pianura, dove le temperature (di solito, durante le precipitazioni invernali, già vicine al punto di fusione degli 0 °C) sono un elemento molto critico per la conservazione dei fiocchi fino al suolo, e il marcato aumento termico degli ultimi decenni ha sempre più spesso trasformato in pioggia le nevicate, divenute ormai rare ed esigue in particolare nelle pianure del Nord Italia.

Le variazioni di neve fresca sono invece deboli e statisticamente non significative in media-alta montagna, dove – almeno per ora – nonostante l’incremento di temperatura l’inverno rimane ancora sufficientemente freddo per produrre precipitazioni nevose. In alta quota l’abbondanza o meno delle nevicate è infatti controllata più dalle quantità di precipitazioni, che dalle temperature (fattore, quest’ultimo, meno critico, dati i valori di solito ampiamente sotto 0 °C in inverno).

La diminuzione della neve fresca si è concentrata in gran parte nell’ultimo quarantennio di accelerato riscaldamento atmosferico.

L’analisi ha mostrato che circolazioni atmosferiche associate a fasi negative degli indici NAO (North Atlantic Oscillation) e AO (Arctic Oscillation), dunque con vortice polare debole e maggiore propensione a depressioni e irruzioni di aria fredda verso Alpi e Mediterraneo, sono cruciali per sperimentare copiose nevicate a bassa quota.

Peraltro la correlazione tra neve fresca, NAO e AO è divenuta più marcata nei decenni recenti, segno che le nevicate a bassa quota sono sempre più dipendenti dal realizzarsi di condizioni particolarmente favorevoli e per nulla scontate, mentre in passato “riusciva a nevicare” in configurazioni meteorologiche anche più marginali, date le temperature più basse (ad esempio, in Pianura Padana, anche durante gli episodi sciroccali miti, oggi quasi sempre apportatori di pioggia). Un limite del lavoro è l’ancora scarsa disponibilità di serie di misura secolari e continue di neve fresca sopra i 1000 m di quota, ma eventuali aggiornamenti dell’analisi nei prossimi anni potranno beneficiare dell’ingresso nel data set di nuove serie centenarie di misure di innevamento avviate con l’entrata in servizio di numerosi impianti idroelettrici sulle Alpi tra anni Venti e Trenta del Novecento.

Alpi neve 30%
Figura 3. Medie mobili su 21 anni delle anomalie stagionali di neve fresca (HN), precipitazioni (P) e temperatura media dell’aria (TMEAN) per il periodo 1920-2020 (blu). La linea spessa rossa in grassetto indica la regressione polinomiale locale

Questo conferma l’importanza della salvaguardia delle stazioni meteorologiche centenarie e del recupero delle loro preziose serie di dati per la valutazione dei cambiamenti climatici, come auspicato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale nel quadro del programma internazionale “Centennial Observing Stations”.

Questo articolo scientifico segue a distanza di tre anni quello dedicato alle variazioni di spessore e durata del manto nevoso al suolo sulle Alpi (“Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019”), pubblicato nel marzo 2021 sulla rivista The Cryosphere da un gruppo di lavoro coordinato da Michael Matiu e di cui già facevano parte molti degli autori dello studio attuale (vedi Newsletter n. 6 Anno 2021, pag 12).

Insieme, le due pubblicazioni costituiscono dunque un cruciale riferimento per la descrizione del declino dei parametri di nevosità sulle Alpi.

Autori

Michele Bozzoli

(Università degli studi di Trento; Eurac Research, Bolzano)

Alice Crespi

(Eurac Research, Bolzano)

Michael Matiu

(Università degli studi di Trento)

Bruno Majone

(Università degli studi di Trento)

Lorenzo Giovannini

(Università degli studi di Trento)

Dino Zardi

(Università degli studi di Trento)

Yuri Brugnara

(EMPA, Dübendorf, Switzerland)

Alessio Bozzo

(EUMETSAT, Darmstadt, Germany)

Daniele Cat Berro

(Società Meteorologica Italiana)

Luca Mercalli

(Società Meteorologica Italiana)

Giacomo Bertoldi

(Eurac Research, Bolzano)