I “modelli di dispersione”: un aiuto per la gestione della qualità dell’aria (e non solo)
Patrizia Favaron Il problema Facciamo finta di voler costruire un nuovo impianto. Non è che potremo farlo così, a capocchia: dovremo prima progettarlo (supponiamo di averlo già fatto), e poi, una volta che sia uscito dal tecnigrafo, dovremo comunicare alle autorità competenti la nostra intenzione, completa di tutti i dove-quando-come del caso. Magari (questo possiamo saperlo già in anticipo, oppure saranno le autorità a chiedercelo) dovremo produrre tutta la documentazione di accompagnamento, tra cui lo “Studio di impatto ambientale” (in realtà non si chiama così: ha diversi nomi, stabiliti caso per caso dalla normativa – ma, facciamo finta che sia). In questo Studio deve comparire anche un capitolo che riguarda la nostra amica: l’atmosfera. Ora: uno Studio di impatto ambientale serve per dimostrare che l’impianto soddisfa a tutti i requisiti di legge relativi all’ambiente ed alla salute, e in particolare che “non inquina troppo”. Che, detto in legalese, l’impatto delle emissioni previste sull’ambiente non viola le prescrizioni normative: alcuni inquinanti sono appunto “normati”, e la loro concentrazione al suolo deve rispettare dei limiti ben definiti. Se il nostro impianto dovesse rilasciare in aria uno o più di quegli inquinanti lì, allora bisognerà mostrare che le ricadute al suolo del nuovo impianto, sommate alle concentrazioni che già ci sono, non superano i limiti di legge. Quindi, riassumendo: Per rispondere a quest’ultima domanda occorre prevedere, in un qualche modo, dove finiranno le sostanze rilasciate in atmosfera, e quando. A tal fine si adoperano dei “codici di calcolo” (non li chiamo così per caso: sono programmi per calcolatore piuttosto grandi e un po’ polverosi nell’aspetto, che non ho il coraggio di chiamare “App”) fatti apposta, conosciuti dagli esperti come modelli di dispersione. In questo articolo prenderemo un primo contatto con loro, e vedremo sino a che punto la (micro-)meteorologia c’entra. In altri articoli che verranno, vedremo alcuni di questi modelli un po’ più in dettaglio, anche se sempre a livello “divulgativo” 😊. (Che non vuol dire banale: tu che leggi hai la tua intelligenza, e quindi, anche quando le cose dovessero sembrarti intricate, vedrai che ci arrivi – decisamente, non serve una Laurea in Fisica.) Ma prima di tutto, vediamo che cos’è un “modello”. I modelli: rappresentazioni semplificate e utili della realtà Così, tanto per chiarirci da subito, e sfrondare il campo da possibili malintesi (ne ho sentiti un po’, nella mia vita…). Un “modello” è una rappresentazione della realtà. Un manufatto, insomma. O se preferisci, un cervellifatto. Un modello è, per esempio, un film documentario: potrà essere bello o brutto, informativo o no, eccitante o mortalmente noioso. Ma indubbiamente è una rappresentazione della realtà. Giusta? Sbagliata? Esaustiva? Dipende, naturalmente. Ma l’importante non è la lista di tutti questi aggettivi: se restiamo alle definizioni, a contare è il fatto che il modello (il documentario) non è la realtà, ma una sua rappresentazione. Se in un documentario vedo un grappolo d’uva matura, mi sarà piuttosto difficile afferrarne un acino e mangiarmelo. Per restare sulle cose alimentari, il menu di un ristorante è ancora un modello: nel caso vedrò quasi sempre una lista di nomi, ognuno dei quali corrisponderà ad un piatto. In questo caso il modello è simbolico, passa attraverso la conoscenza condivisa (o che si spera tale 🤭) del significato di uno o più termini. Ma sempre modello è: mangiarsi il pezzo di menu che presenta una teoricamente buonissima fettina in salsapariglia non ha mai, che si sappia, portato molto bene. Un altro modello ben conosciuto è il “cartamodello” che si usa nelle sartorie. Certo, in linea di principio potresti ritagliartelo, incollarlo addosso e pretendere che sia un abito. Credo che i passanti che incontrerai non saranno dello stesso avviso (cosa particolarmente possibile nelle giornate di pioggia): il cartamodello è il disegno che specifica tutti i tagli di tessuto che, una volta cuciti, comporranno un vestito. Un altro modello ancora è il modello in scala di un aeroplano che, messo in galleria del vento, permetterà ad esempio di capire se la forma è sensata, se le superfici alari danno un minimo di portanza, eccetera eccetera. Senza con questo che un pilota collaudatore debba salire sull’aereo mai provato ma già finito, e lo porti in aria. Con un po’ di fantasia anche tu potrai indicarmi moltissimi altri modelli. E dico di più: ormai sono ubiquitari. Li adoperiamo per tutto, anche più del prezzemolo (all’inizio dell’epidemia della SARS Cov-II avevo partecipato ad un programma open-source di elaborazione diffusa, in cui i modelli molecolari numerici di un mare di molecole (capsidi del virus, parti della sua “pelle”, frattaglie interne varie, eccetera) venivano posti in vibrazione simulata, al fine di trovare dei siti di legame possibili per alcuni farmaci; se gli ingegneri farmaceutici avessero seguito il metodo solito, basato su prove di laboratorio, per arrivare ai primi vaccini ci avremmo messo dieci anni, invece che uno solo, e l’effetto della catastrofe già accaduta sarebbe stato infinitamente peggiore). Un modello deve essere necessariamente una rappresentazione semplificata della realtà? Mica detto! Prendiamo, ad esempio, gli abitanti del pianeta Urcurù: da loro piove moltissimo, praticamente sempre. L’unica differenza, ma non priva d’importanza, è se la pioggia avviene tranquillamente oppure a scrosci, cosa per gli abitanti fastidiosissima per via del loro naso, fatto a trombetta puntata all’insù. Questi signori e signore non sono dei grandissimi osservatori, ma hanno deciso che gli scrosci si possono spiegare un base all’umore (pare piuttosto irascibile) del dio Tarlarà, ed hanno, nel ventiseimila anni terrestri della loro longeva civiltà, trovato una serie di regole che permettono di capire se Tarlarà è arrabbiato, o no. Inutile dire che, con tanto di ventiseimila anni a disposizione, la loro lista di regole è diventata lunghissima. Tanto lunga, che per scriverla tutta hanno dovuto fare un quaderno spessissimo, così spesso da fare tutto il giro del pianeta: cosa che, ne converrete, non è molto pratica. In breve: un modello potrebbe anche benissimo essere più complicato della realtà che cerca di descrivere: la logica non lo proibisce a priori! Il senso pratico, però, sì. Accade così che i modelli siano

